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Fedez riaccende i riflettori sul caso Meredith: Raffaele Sollecito rompe il silenzio a Pulp Podcast

In un’Italia dove il crime non conosce pause, mentre l’attenzione si riaccende sul delitto di Garlasco e su Alberto Stasi, un altro caso che ha segnato profondamente la cronaca nera italiana torna sotto i riflettori. A rilanciarlo è Fedez, attraverso la puntata n. 25 del suo Pulp Podcast, dove ospita Raffaele Sollecito e l’avvocata Francesca Florio. Una lunga intervista che riapre le ferite del caso Meredith Kercher, la studentessa inglese uccisa a Perugia nel 2007.

Sollecito, allora studente universitario, fu arrestato insieme ad Amanda Knox, sua fidanzata dell’epoca, con l’accusa di essere coinvolto in uno dei delitti più brutali degli ultimi decenni. “La sera prima avevo preparato la mia tesi. Il giorno dopo l’avrei dovuta discutere. Invece sono finito in questura, e da lì è cambiato tutto”, racconta oggi con voce ferma ma ancora scossa.

La morte di Meredith fu inizialmente attribuita a un presunto gioco erotico finito male. In breve tempo, le indagini presero una piega accusatoria verso Amanda e Raffaele. Ma l’ingresso sulla scena di Rudy Guede, cittadino ivoriano, cambiò lo scenario: il suo DNA fu trovato su numerosi reperti, e venne condannato in via definitiva a 16 anni con rito abbreviato. Per l’accusa, però, non avrebbe agito da solo.

“Se si fosse analizzato quel campione di sperma trovato sul cuscino, si sarebbe potuto chiudere tutto fin da subito. Ma dissero che era ‘vecchio’ e non lo verificarono mai”, denuncia Sollecito. È solo una delle tante falle che elenca: perizie sbagliate, interrogatori senza avvocato, pressioni psicologiche. “Anche Amanda crollò dopo ore di pressioni. Accusò Patrick Lumumba, un innocente, spinta da una poliziotta che si diceva medium”.

Il racconto si sofferma anche su dettagli tecnici: un’impronta insanguinata ritenuta compatibile con una suola da Nike simile a quella di Sollecito, mai però verificata nella misura. “Erano più preoccupati a cercare conferme alle loro ipotesi che a cercare la verità”. E aggiunge: “Nel 2007 la polizia scientifica non era obbligata a seguire protocolli internazionali. C’era improvvisazione spaventosa”.

Nel 2011 arrivò l’assoluzione in Appello. La definitiva, però, solo nel 2014. Otto anni di battaglie legali, detenzione e stigma.

Ma la libertà, racconta Sollecito, non ha coinciso con la pace. “Avevo paura anche solo a tornare tra la gente. A Milano, una volta, ho salutato una ragazza e lei si è messa a piangere. Il trauma resta, ti leggono addosso un’etichetta da cui non ti liberi”.

La detenzione lo ha segnato anche nel quotidiano. “Scrivevo un diario in carcere. Dopo una perquisizione, finì sui giornali. Ho capito che tutto ciò che dicevo diventava spettacolo”. Racconta anche episodi di umiliazione, come il prelievo forzato di peli pubici per analisi mai eseguite: “Sapevano che erano inutili. Ma serviva per umiliarmi”.

A oggi, nessun risarcimento è mai stato riconosciuto a Sollecito. “Ho perso anni della mia vita, la reputazione e la libertà. Ma lo Stato non mi ha dato nulla”. E oggi, mentre nuove ombre si allungano anche sul caso Garlasco, Sollecito lancia un messaggio chiaro:
“Diffidiamo della caciara. Le urla non fanno giustizia. E spesso, nel clamore, le verità più semplici vengono sepolte”.

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