Tre posizioni da dicembre a marzo, stipendio tra i 2.000 e i 4.000 euro, location da cartolina in Val di Fassa e una nuova apertura in vista. Sembrava un classico annuncio per formare una brigata di cucina in hotel 4 stelle, quello pubblicato venerdì scorso dallo chef stellato Paolo Cappuccio su Facebook. In cerca di uno chef, tre capi partita e un pasticcere, lo chef napoletano – tra i Best Chef al mondo nel 2017 con il suo ristorante sul Garda – ha però condito l’annuncio con qualche “ingrediente” di troppo.
A far discutere non è stata l’offerta economica o la durata dell’incarico, ma il metodo di selezione un po’… selettivo: niente “comunisti”, fancazzisti, persone con problemi di alcol o droga, né – testuali parole – “di orientamento sessuale”. Un’esclusione discriminatoria e fuori luogo, che ha acceso in poche ore una vera bufera social. La chiusa? «Se eventualmente resta qualche soggetto più o meno normale… ben volentieri».
Apriti cielo. Insulti, commenti indignati, segnalazioni, e infine: post rimosso. Ma lo chef non ha fatto un passo indietro. Anzi. «Ricevo solo critiche da chi ha tempo da perdere. Nessun lavoratore serio ha commentato», ha replicato. E ancora: «Cerco persone oneste, con un senso del dovere. Sono stanco di chi si mette in malattia senza motivo o brucia pesci al sale».
Dietro lo sfogo, probabilmente, la frustrazione per esperienze professionali negative. Ma il confine tra rigore e pregiudizio è sottile – e questa volta è stato ampiamente superato. Perché sì, i diritti vanno di pari passo con i doveri… ma il rispetto viene prima di tutto, anche in una cucina d’alta quota.
Il caso è aperto. E mentre il post è sparito, il dibattito resta: quanto può permettersi di dire – o scrivere – uno chef stellato in cerca di personale?





