È morto a 88 anni Goffredo Fofi, tra i più autorevoli critici cinematografici, scrittori e intellettuali italiani del Novecento e oltre. Figura centrale del dibattito culturale e politico, Fofi ha attraversato con lucidità e passione oltre sei decenni di storia italiana, senza mai rinunciare a uno sguardo autonomo, militante e profondamente umano.
Nato a Gubbio nel 1937, cresciuto tra Umbria, Roma e Napoli, Fofi è stato molto più di un semplice critico: è stato un osservatore lucido delle trasformazioni sociali, un animatore culturale instancabile, un pensatore scomodo e una delle coscienze più attente del Paese. Negli ultimi anni era diventato un punto di riferimento per molti lettori attraverso le sue recensioni su Internazionale, dove continuava a riflettere con rigore e libertà sulla cultura contemporanea, soprattutto sul cinema.
La sua formazione fu fortemente segnata dall’esperienza a fianco di Danilo Dolci, sociologo e attivista non violento, con cui lavorò come assistente sociale nella Palermo degli anni Cinquanta. Quell’esperienza segnò per sempre il suo approccio: vicino alle realtà marginali, alle voci escluse, agli ultimi.
Negli anni Sessanta e Settanta Fofi fu protagonista dell’editoria militante. Fu tra i fondatori di “Quaderni piacentini” – insieme a Piergiorgio Bellocchio e Grazia Cherchi – rivista simbolo della sinistra extraparlamentare, e della rivista cinematografica “Ombre Rosse”, punto di riferimento per l’analisi critica del cinema come strumento politico e sociale. In tempi più recenti, dal 1997 al 2016, ha diretto “Lo Straniero”, rivista di letteratura, cultura e società che raccoglieva voci libere, radicali e spesso controcorrente.
Goffredo Fofi non ha mai seguito le mode. La sua voce era spesso in controtendenza, tanto nel giudizio sul cinema commerciale quanto nella riflessione sull’evoluzione culturale del Paese. Celebre fu la sua rivalutazione di Totò, al quale dedicò nel 1977 il saggio Totò. L’uomo e la maschera, contribuendo a riconsegnare il grande comico alla storia della cultura italiana, non solo come attore, ma come interprete profondo del popolo.
Nel suo sguardo c’era sempre la ricerca dell’autenticità, della verità, del senso profondo delle cose. Con la sua scrittura asciutta, chiara, spesso severa, ha saputo parlare anche ai più giovani, mantenendo fino all’ultimo una straordinaria freschezza intellettuale.
Con la scomparsa di Goffredo Fofi l’Italia perde un intellettuale scomodo, generoso, irrinunciabile. Un uomo che ha vissuto la cultura non come privilegio, ma come dovere civile. Il suo impegno, il suo pensiero critico, la sua capacità di ascolto delle periferie culturali e umane restano un’eredità preziosa in tempi di rumore e appiattimento.
“Un intellettuale”, scrisse una volta, “è qualcuno che non si rassegna a capire il mondo così com’è, ma che cerca di trasformarlo”. Goffredo Fofi è stato esattamente questo. E continuerà a parlare, attraverso le sue parole, a chi vorrà ancora ascoltare.






