Laura Dahlmeier, due volte campionessa olimpica e leggenda del biathlon tedesco, è morta all’età di 31 anni durante una spedizione di arrampicata in Pakistan. Il suo ultimo sogno si è interrotto bruscamente sul Laila Peak, a oltre 5.700 metri di altitudine, travolta da una frana mentre affrontava una delle pareti più affascinanti e insidiose del Karakoram.
L’incidente è avvenuto il 28 luglio. Con lei c’era la compagna di cordata Marina Eva Krauss, rimasta illesa e riuscita a dare l’allarme. I soccorsi hanno tentato di raggiungere il luogo della tragedia, ma le condizioni meteo, l’altitudine e il rischio di nuovi crolli hanno reso impossibile il recupero del corpo. E forse è giusto così. Laura lo aveva detto chiaramente: se qualcosa fosse andato storto, voleva restare sulla montagna. Anche la sua famiglia, con dignità e fermezza, ha chiesto che questa volontà fosse rispettata.
Laura aveva lasciato l’agonismo nel 2019, a soli 25 anni, dopo aver vinto tutto quello che c’era da vincere: due ori olimpici, sette titoli mondiali, una Coppa del Mondo generale. Ma la sua fame di sfida non si era mai spenta. Era diventata guida alpina, volontaria del soccorso, testimonial della natura vissuta con rispetto e passione. Aveva scalato vette leggendarie, cercando in ogni cima un senso nuovo della libertà.
La sua morte lascia sgomenti. Non solo perché se ne va una delle più grandi atlete degli ultimi decenni, ma perché Laura era qualcosa di raro: un esempio silenzioso, senza eccessi né spettacolo. Forte e discreta, solare ma intensa. Una campionessa che ha scelto la montagna come luogo di rinascita e, alla fine, come sua ultima casa.
Oggi il mondo dello sport e dell’alpinismo si stringe nel silenzio. Non c’è clamore attorno al Laila Peak, solo il suono del vento e il rispetto per chi ha voluto vivere – e morire – in piena coerenza con sé stessa.
Foto: Il Mattino





