La Corte di giustizia dell’Unione europea si è espressa in modo chiaro: gli Stati membri possono stilare un elenco di “Paesi di origine sicuri” per accelerare le procedure di rimpatrio dei migranti, ma tale designazione deve poter essere sottoposta al controllo dei giudici nazionali. La sentenza, attesa da mesi, arriva a seguito dei ricorsi sollevati dal Tribunale di Roma contro l’applicazione del protocollo Italia-Albania e ha implicazioni profonde sull’intera politica migratoria italiana.
Secondo i giudici europei, uno Stato può utilizzare un atto legislativo per indicare un Paese sicuro, ma “solo se è garantita una verifica giurisdizionale effettiva” e basata su fonti di informazione trasparenti, accessibili e aggiornate. Non basta quindi una semplice decisione politica: serve che il cittadino richiedente asilo possa contestarla e che un giudice abbia gli strumenti per valutarla.
Nel caso specifico, la Corte si è pronunciata su due cittadini del Bangladesh, trasferiti nei centri in Albania e respinti sulla base della classificazione del loro Paese come “sicuro”. Il decreto italiano che li riguarda – sostiene la Corte – non indica chiaramente le fonti su cui si basa, impedendo così una verifica giudiziaria piena.
Il verdetto smonta, nei fatti, una delle basi rivendicate dal governo Meloni per sostenere la legittimità dell’accordo con Tirana. Una bocciatura che l’opposizione ha accolto come una “Caporetto” per l’esecutivo: “Una strategia costruita su propaganda e approssimazione”, attacca Raffaella Paita (Italia Viva), mentre Nicola Fratoianni (Avs) parla di una “sconfitta senza appello” per chi “ha giocato con la pelle delle persone”.
Duro anche Riccardo Magi (+Europa): “Meloni ha speso centinaia di milioni per un progetto illegale. Ora chiuda quei centri e chieda scusa”.
Palazzo Chigi, dal canto suo, contesta la pronuncia della Corte: “Sorprende questa decisione. La giurisdizione europea si sostituisce alla sovranità nazionale in materia di politica migratoria”, si legge in una nota che accusa i giudici di voler delegittimare il lavoro del governo e del Parlamento.
Intanto, la Corte Ue fissa dei limiti stringenti: un Paese può essere dichiarato sicuro solo se garantisce protezione a tutta la popolazione, non solo ad alcune categorie. Una regola che resterà valida fino al nuovo regolamento europeo atteso nel 2026. Fino ad allora, anche l’Italia dovrà rivedere le proprie prassi alla luce di questa sentenza.





