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Al Moscati sospeso da anni l’uso di caschi e cuffie refrigeranti per le pazienti oncologiche: la testimonianza di Anna e la denuncia del tribunale del malato

Guarda il video qui https://fb.watch/BkCmaHXN0E/

 

Una voce chiara, pacata, ma decisa. Anna Sarno, ex paziente oncologica di Cesinali, non vuole puntare il dito, ma accendere una luce. Non denuncia, informa. E lo fa partendo dalla sua esperienza personale, vissuta tra dolore, rinascita e tanta consapevolezza. La sua professione di parrucchiera  la porta ogni giorno a stare a contatto con moltissime persone, molte delle quali come lei, hanno attraversato – o stanno attraversando – il difficile percorso di cura contro il cancro.  Al centro del suo racconto, un tema che per molti potrebbe sembrare secondario ma che, per chi affronta un tumore, fa una differenza enorme: l’uso dei caschetti refrigeranti durante la chemioterapia. La questione è stata già denunciata al Tribunale del malato.

«Per qualcuno può sembrare un dettaglio da poco – spiega Anna – ma guardarsi allo specchio e ritrovare almeno una parte di sé fa la differenza. Aiuta a sentirsi meno malati, meno vulnerabili, meno esposti allo sguardo degli altri.»

Anna, dopo una doppia diagnosi oncologica – uno dei due tumori particolarmente aggressivo – ha affrontato il suo percorso in più strutture. La radioterapia l’ha fatta all’Azienda Ospedaliera “San Giuseppe Moscati” di Avellino, dove il reparto le ha lasciato un buon ricordo. Ma la chemioterapia l’ha ricevuta altrove. Un caso fortuito, che si è rivelato determinante.

«In quell’altro ospedale mi hanno parlato subito dei caschetti refrigeranti. Mi hanno spiegato come funzionano e mi hanno dato la possibilità di usarli. Ero spaventata, non è una passeggiata: bisogna indossarli prima, durante e dopo la seduta, il freddo è intenso. Ma li ho usati. E sono felice di averlo fatto.»

Il risultato? Capelli salvati, almeno in buona parte. Autostima preservata. E, soprattutto, la consapevolezza che quell’opzione, piccola ma preziosa, avrebbe dovuto essere proposta a tutti.

«Quando ho scoperto che i caschetti ci sono anche al Moscati, ma che non vengono usati, non potevo crederci. E ho iniziato a chiedere: alle pazienti, agli infermieri, ai volontari. Nessuno sapeva nulla. O peggio: qualcuno rispondeva che “tanto non servono a niente”.»

Invece servono eccome. Studi scientifici lo dimostrano, e la stessa Anna lo conferma con la propria esperienza:

«Il 70% dei pazienti oncologici potrebbe trarne beneficio. E non riguarda solo le donne, anche gli uomini vivono questo trauma. La perdita dei capelli non è solo una questione estetica: è un segnale visibile della malattia, che porta stigma e isolamento.»

E allora la domanda nasce spontanea: perché, se i caschi refrigeranti sono in dotazione, non vengono utilizzati? Secondo quanto riportato dal Tribunale per i diritti del malato, i dispositivi sono stati effettivamente donati all’ospedale di Avellino, ma restano inutilizzati. Le motivazioni? Problemi organizzativi e carenza di personale. Il trattamento richiede un’ora in più per ogni seduta: mezz’ora prima e mezz’ora dopo la chemioterapia. E in un reparto già sotto pressione, questo può essere considerato un lusso.

Ma Anna non si ferma. Non si accontenta. E propone soluzioni.

«Esistono anche le cuffiette termiche, acquistabili privatamente. Io le ho usate: sono sacchetti da riempire con ghiaccio secco, meno efficaci ma comunque utili. Io partivo con il ghiaccio in macchina e facevo 250 km. Non tutti possono permetterselo. Ma almeno bisogna sapere che si può fare.»

E poi c’è un altro punto, forse il più importante: l’informazione. Nessuno, al Moscati, avrebbe illustrato questa possibilità ai pazienti. Nessuna brochure, nessuna spiegazione, nessuna alternativa offerta. Eppure, sottolinea Anna, «sapere di avere un’opzione è già un sollievo. Ti dà un po’ di controllo, ti fa sentire meno vittima della malattia.»

Una riflessione che non ha nulla di polemico, ma tutto di profondamente umano. Anna oggi sta meglio, e racconta il suo percorso anche per aiutare gli altri: «La prima a capire che qualcosa non andava è stata il mio cane, Fidel. Poi sono arrivati gli esami, la diagnosi, le terapie. Non è stato facile. Ma voglio restituire quello che ho imparato. Se anche una sola paziente potrà affrontare la malattia con un po’ più di dignità, allora sarà valsa la pena parlare.»

E conclude con un appello secco, che non chiede miracoli, ma rispetto:

«I dispositivi ci sono. Usiamoli. Oppure doniamoli a chi li userà davvero. Ma non lasciamoli a impolverarsi nei magazzini. Perché ogni capello salvato è una ferita in meno da curare.»

 

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