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Hamas scrive a Trump, cresce il fronte dei Paesi che riconoscono la Palestina

Il conflitto in Medio Oriente è giunto al giorno 717 e continua ad alimentare tensioni su scala globale. In un gesto inaspettato, Hamas ha inviato una lettera all’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump, chiedendo la mediazione per una tregua di 60 giorni nella Striscia di Gaza. In cambio, il gruppo islamista si dice disposto a rilasciare la metà degli ostaggi attualmente detenuti.

La richiesta – indirizzata a un Trump ancora centrale nella politica americana nonostante non ricopra cariche ufficiali – segnala un possibile spiraglio negoziale, ma solleva anche interrogativi su quale sarà la risposta dell’amministrazione Biden, formalmente ancora in carica, e dell’intera comunità internazionale.

Sul fronte diplomatico, alla vigilia dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite convocata per discutere una soluzione a due Stati, è arrivata una mossa significativa: Regno Unito, Australia, Canada e Portogallo hanno annunciato il riconoscimento ufficiale dello Stato di Palestina. Un passo simbolico ma politicamente rilevante, che porta a oltre 150 il numero dei Paesi nel mondo ad aver formalizzato tale riconoscimento.

L’incontro, previsto per oggi a New York, sarà presieduto da Arabia Saudita e Francia e potrebbe rappresentare un momento cruciale nel rilancio della diplomazia multilaterale in un conflitto che non accenna a fermarsi.

La reazione israeliana non si è fatta attendere. Il governo guidato da Benjamin Netanyahu ha bollato le dichiarazioni dei Paesi occidentali come “inutili e vuote”. Il premier ha rincarato la dose, definendo il riconoscimento “un errore storico che mette in pericolo l’esistenza stessa di Israele”.

A Washington, l’amministrazione USA ha assunto una posizione più cauta ma comunque critica. In una nota ufficiale, il Dipartimento di Stato ha definito la decisione dei Paesi alleati “puramente simbolica”, ribadendo che l’unica strada percorribile resta “una diplomazia seria, non gesti di scena”.

Ancora più radicali i toni all’interno della coalizione di governo israeliana, in particolare dai ministri dell’ultradestra, Itamar Ben Gvir e Miki Zohar, che hanno proposto una reoccupazione totale della Cisgiordania come risposta alle mosse internazionali.

Dal Vaticano arriva un nuovo e accorato appello alla pace. Papa Francesco, ancora una volta, ha rivolto parole di vicinanza alla popolazione civile: “Gaza martoriata ha bisogno di pace, non di nuove violenze. Si ponga fine all’esilio forzato e si apra uno spiraglio alla speranza”.

Il pontefice ha chiesto alla comunità internazionale di fare tutto il possibile per fermare le ostilità e garantire protezione ai civili, in particolare a donne e bambini, ancora intrappolati tra i raid aerei e le operazioni militari.

Intanto, sul piano militare, cresce l’attenzione sulla Global Sumud Flotilla, la flottiglia civile che da mesi tenta di portare aiuti umanitari via mare alla Striscia di Gaza, sfidando il blocco navale israeliano. Nelle ultime 24 ore, fonti di sicurezza segnalano un aumento dell’attività aerea nella zona, segno che il monitoraggio sulla missione è stato intensificato.

Il timore è che la presenza della flottiglia possa trasformarsi in nuovo punto di tensione o, peggio, in un incidente diplomatico internazionale.

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