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Sciopero generale del 22 settembre: la protesta contro guerra, spese militari e sfruttamento lavorativo

Dopo la giornata di mobilitazione del 19 settembre scorso, si apre oggi, lunedì 22 settembre, la seconda giornata di sciopero generale nazionale indetta dall’Usb (Unione Sindacale di Base) e da altre sigle sindacali di base come Cub, Adl e Sgb. La protesta durerà 24 ore e interesserà tutti i settori pubblici e privati, con possibili disagi su larga scala in vari comparti strategici del Paese.

Al centro della mobilitazione ci sono temi di forte rilevanza politica e sociale. I sindacati promotori dello sciopero denunciano con forza il “genocidio in Palestina”, chiedendo la fine della fornitura di armi a Israele e opponendosi alla crescente economia di guerra promossa dal governo italiano attraverso l’aumento delle spese militari.

Ma non solo. Al centro della protesta ci sono anche questioni interne al mondo del lavoro: sfruttamento, precarietà, contratti inadeguati e mancanza di tutele sono tra le rivendicazioni espresse dai promotori. La giornata di sciopero è dunque pensata come un’azione di dissenso non solo internazionale, ma anche sociale e sindacale.

Tra i comparti più sensibili coinvolti dallo sciopero ci sono sicuramente quelli dei trasporti e dell’istruzione. Sul fronte dei trasporti, sono previsti rallentamenti, cancellazioni e riduzioni dei servizi in diverse città, con pesanti ripercussioni sulla mobilità urbana ed extraurbana. Possibili disagi anche per i pendolari e per chi viaggia in treno o in aereo.

Il comparto scuola, università e ricerca sarà anch’esso fortemente coinvolto: sono attese adesioni tra docenti, personale ATA, ricercatori e tecnici universitari, con possibili sospensioni di lezioni, laboratori e attività didattiche.

In un comunicato congiunto, i sindacati di base hanno sottolineato la volontà di opporsi a una logica economica che privilegia “la guerra e il profitto a scapito dei diritti dei lavoratori e della pace tra i popoli”. La richiesta è quella di un’inversione di rotta nella politica estera italiana e in quella economica, a partire da un taglio alle spese militari e da maggiori investimenti nei servizi pubblici, nella scuola, nella sanità e nella sicurezza del lavoro.

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