Vince… ma convince a metà. Parliamo dell’ultimo lungometraggio di Luca Medici, in arte Checco Zalone. Il cinismo è quello di sempre, ma il film perde la potenza comica, nonché l’irriverenza corrosiva e dissacratoria dei primi lavori. Mi dissocio da chi considera “Buen Camino”, che in quattro giorni ha superato i 20 milioni d’incasso, una pellicola paragonabile agli orribili cine-panettoni con Boldi & De Sica dei tempi d’oro, d’oro per loro, tristi per molti di noi. Convengo però con chi ha definito “Buen camino” un film natalizio e per famiglie. Quali? Quelle che decantano sottoprodotti alla Pio e Amedeo o al sopravvalutato Alessandro Siani? No, parlo di quelle famiglie che vogliono sì ridere e divertirsi ma anche riflettere e mettersi in discussione.
Il protagonista della storia è un ricco egocentrico, vanitoso e arrogante, interpretato ovviamente dal nostro Checco. Nell’incantevole scenario della Sardegna, il parvenu si gode il sole, le donne e la sua mega-villa, messa su grazie ai sacrifici del padre. L’incanto si spegne quando l’ultra-miliardario è costretto, suo malgrado, a mettersi in cammino per Santiago de Compostela per riconciliarsi con sua figlia.
La forza dello strumento narrativo è la leggerezza, non la comicità, presente sì ma incisiva no, almeno se rapportata al passato. Forse più intelligente, capace di lasciar spazio a riflessioni che emergono in modo semplice e naturale.
Il nocciolo della vicenda è la relazione tra un padre e una figlia. Ed è qui che il racconto acquista forza. Il cammino si configura non solo come uno spostamento geografico ma anche e soprattutto come un percorso emotivo e psicologico, un iter fatto di distanza, incomprensioni e goffi tentativi di ritrovarsi. La morale è, forse, che a volte è necessario mettersi in movimento, in cammino appunto, per poter tornare a relazionarsi e a comprendersi con chi ci vuol bene. I punti di caduta? Alcune battute sembrano forzate o, meglio ancora, misurate, balbettanti. Colpi andati a vuoto. Un consiglio agli spettatori? Godersi anche i titoli di coda.
A cura di Ciro Borrelli





