Non c’è pace nemmeno per l’equipaggiamento alle Olimpiadi invernali di Milano Cortina. Mentre le gare regalano medaglie, record ed emozioni, i Giochi scorrono come da tradizione su un doppio binario: quello sportivo e quello delle polemiche. Medaglie che si rompono, furti negli appartamenti degli atleti, infortuni discussi. E ora anche la cosiddetta “guerra dei caschi”, come l’hanno ribattezzata diverse testate internazionali.
Al centro della controversia c’è lo skeleton, disciplina di velocità estrema in cui l’atleta si lancia a pancia in giù su una slitta lungo un budello di ghiaccio, superando i 120 chilometri orari. In questo sport il casco non è solo un dispositivo di sicurezza: è diventato un elemento determinante sul piano aerodinamico. Negli ultimi anni forme, profili e materiali sono stati oggetto di studio maniacale, con soluzioni sempre più sofisticate che hanno sollevato dubbi regolamentari e portato a contestazioni e divieti.
Ma il casco è anche spettacolo. Le superfici lisce e bombate sono diventate tele su cui gli atleti incidono grafiche, simboli, immagini ad alto impatto visivo. Un dettaglio che contribuisce a rendere iconici volti e storie, amplificati dai social e dalle riprese in alta definizione. Ed è proprio su questo terreno che si è acceso il caso più delicato.
Protagonista è Vladyslav Heraskevych, 27 anni, tra gli atleti più rappresentativi della delegazione ucraina e portabandiera del suo Paese a Milano Cortina. Durante le prove ufficiali lo skeletonista si è presentato con un casco decorato con le immagini di connazionali uccisi nei quattro anni di guerra seguiti all’invasione russa. Un tributo forte, personale, carico di significato.
«Alcuni di loro erano miei amici», aveva spiegato all’agenzia Reuters, chiarendo la volontà di mantenere alta l’attenzione sul dramma che sta vivendo l’Ucraina e di onorare la memoria degli atleti caduti.
Il gesto, tuttavia, non è stato accolto positivamente dal Comitato Olimpico Internazionale. Se da un lato le personalizzazioni grafiche sono tollerate – e spesso incoraggiate come elemento identitario e spettacolare – dall’altro il CIO ha ritenuto che il casco di Heraskevych travalicasse il confine consentito, assumendo un significato di natura politica.
Il Comitato ha chiesto chiarimenti al comitato olimpico ucraino e, al termine delle verifiche, ha comunicato la decisione: quel casco non potrà più essere utilizzato durante i Giochi di Milano Cortina.
Una scelta che ha provocato la reazione amara dell’atleta. Heraskevych ha parlato di “tradimento” nei confronti del suo Paese e degli sportivi morti in guerra. «Ho il cuore spezzato», avrebbe confidato, esprimendo delusione per una decisione che, a suo dire, cancella un gesto di memoria e rispetto.
Il CIO difende da sempre la linea della separazione tra sport e politica, ribadendo la necessità di preservare i Giochi come spazio neutrale. Ma in un contesto internazionale segnato da conflitti e tensioni, tracciare quel confine diventa sempre più complesso.
Così, mentre la pista ghiacciata continua a emettere il suo verdetto cronometrico, fuori dal tracciato si consuma un’altra gara: quella tra regolamenti, simboli e coscienze. Anche questa, ormai, parte integrante dello spettacolo olimpico.





