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Il caso Mansouri, la foto di “Zack” e i testimoni dimenticati: così crolla la versione della legittima difesa

Il corpo di “Zack” è a terra, a faccia in su, illuminato dal flash di un telefonino. Indossa una giacca a vento scura, pantaloni della tuta e un paio di scarpe Nike. Le gambe sono quasi incrociate. Accanto al fianco c’è una grossa pietra. Ma è soprattutto il volto ad attirare immediatamente l’attenzione degli investigatori: metà faccia è insanguinata, in corrispondenza del foro d’entrata del proiettile nella parte alta della tempia destra. Labbra, mento e naso risultano “imbrattati di materiale simile a terriccio”.

È la prima immagine del cadavere di Abderrahim Mansouri, scattata – secondo gli atti – dall’assistente capo Carmelo Cinturrino, 41 anni, prima dell’arrivo dei soccorsi. Una fotografia realizzata, viene ricostruito, per documentare la presenza di una pistola accanto al corpo. Ma proprio quello scatto finirà per incrinare la versione iniziale dei fatti.

Secondo quanto emerso nell’inchiesta, quando Mansouri è stato colpito sarebbe caduto a testa in giù nel fango. Il corpo sarebbe stato successivamente girato. Un dettaglio che assume un peso decisivo nella ricostruzione della dinamica e che segna l’avvio di una rilettura complessiva di quanto accaduto nel pomeriggio di lunedì 26 gennaio nel boschetto di Rogoredo, alla periferia di Milano.

In poche ore il caso diventa centrale nel dibattito pubblico, indicato da alcuni come paradigma della necessità di uno “scudo penale” per gli agenti di polizia. Ma mentre il confronto politico si accende, le indagini prendono un’altra direzione.

Proprio da quell’immagine, analizzata nei dettagli, e grazie all’iniziativa dei legali della famiglia Mansouri – gli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli – emergono nuovi elementi. Vengono individuati alcuni testimoni che, stando agli atti, non sarebbero mai stati menzionati dagli agenti presenti sulla scena.

Tra questi, un cittadino afghano che avrebbe assistito ai fatti e un amico della vittima che avrebbe udito lo sparo in diretta durante una telefonata. Le loro dichiarazioni, ora al vaglio degli inquirenti, contribuiscono a mettere in discussione la prima ricostruzione, aprendo nuovi interrogativi sulla dinamica dello sparo e su ciò che sarebbe accaduto nei minuti immediatamente successivi.

La fotografia scattata con un cellulare, nata per documentare una scena, diventa così il punto di partenza di un’inchiesta che prova a fare luce su ogni dettaglio. E che potrebbe riscrivere, passo dopo passo, la verità su quanto accaduto a Rogoredo.

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