È stato il teatro di un dibattito acceso e inatteso il webinar sulla finanza etica nel contesto di guerra e nel dopo Gaza, organizzato dal gruppo dei “dipendenti di Banca d’Italia per la Palestina”, nato sull’ondata delle mobilitazioni dello scorso anno contro quello che molti attivisti definiscono il genocidio dei palestinesi nella Striscia. L’incontro, moderato dal giornalista Duccio Facchini della rivista Altreconomia, avrebbe dovuto essere un momento di riflessione sul ruolo della finanza etica nei contesti di guerra e nelle crisi internazionali. Invece si è trasformato in una discussione molto concreta sui limiti di ciò che le istituzioni finanziarie possono realmente fare quando entrano in gioco sanzioni internazionali.
Al centro del confronto è finito il caso di Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, che da tempo denuncia le condizioni della popolazione palestinese e le responsabilità internazionali nel conflitto. Albanese ha raccontato di trovarsi oggi in una situazione di forte isolamento finanziario dopo essere stata inserita nella lista delle sanzioni statunitensi durante l’amministrazione di Donald Trump a causa delle sue posizioni pubbliche e delle sue denunce sulla situazione nei territori palestinesi.
Nel suo intervento ha spiegato che le conseguenze delle sanzioni si riflettono direttamente sulla sua vita quotidiana. “Sono sola, nessuno mi apre un conto”, ha detto, raccontando di essersi vista rifiutare l’apertura di un rapporto bancario anche da parte di Banca Etica, istituto noto per la propria attenzione ai temi dei diritti e della responsabilità sociale. La sua testimonianza ha sollevato una questione delicata: fino a che punto la finanza etica può davvero agire in autonomia quando deve confrontarsi con il sistema delle sanzioni globali.
Alla dichiarazione di Albanese ha replicato il direttore generale della banca, intervenuto per chiarire che la decisione non è stata dettata da motivazioni politiche ma da vincoli normativi e di sopravvivenza dell’istituto. Secondo quanto spiegato, l’apertura di un conto a una persona colpita da sanzioni statunitensi avrebbe potuto esporre la banca a rischi enormi. Il timore era quello di possibili ritorsioni nel sistema finanziario internazionale, con sanzioni che avrebbero potuto arrivare fino a una multa di un miliardo di euro e perfino alla chiusura dell’istituto.
Il confronto ha quindi messo in luce una contraddizione strutturale. Anche una banca nata con l’obiettivo di promuovere modelli alternativi e responsabili resta comunque inserita in un sistema finanziario globale che dipende da regole e infrastrutture dominate dalle normative statunitensi. L’accesso ai circuiti dei pagamenti internazionali e ai mercati finanziari implica il rispetto di stringenti norme di compliance, che di fatto rendono molto difficile aggirare o contestare le sanzioni imposte da Washington.
Il caso di Albanese è diventato così il simbolo dei limiti della finanza etica istituzionale. La discussione emersa durante il webinar ha mostrato come, quando le sanzioni colpiscono singole persone o organizzazioni, anche le realtà più impegnate sul piano dei diritti umani possano trovarsi senza strumenti concreti per intervenire. La vicenda personale della relatrice Onu ha quindi trasformato un incontro teorico sulla finanza etica in una riflessione più ampia sul potere delle sanzioni internazionali e sulla reale autonomia delle istituzioni finanziarie europee all’interno del sistema globale.





