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Lungo viaggio verso la notte di Eugene O‘Neill

Una gabbia fisica e mentale quella in cui gli attori in scena si muovono, dimenandosi e sbracciando tra le inferriate, in un ambiente claustrofobico, senza mai provare a liberarsi. Quasi come se in quella trappola emotiva non avessero vie d’uscita. In questo spazio essenziale, un ampio soggiorno elegante e ben arredato, con un’imponente libreria alle spalle, simbolico e suggestivo al tempo stesso, il verso di Eugene O’Neill si fa carne e mondo.

Stiamo parlando di Lungo viaggio verso la notte, scritto tra il 1941 e il 1942 e rappresentato per la prima volta il 2 febbraio 1956 al Royal Dramatic Theatre di Stoccolma, con la regia di Bengt Ekerot. Il testo di O’Neill più amato dal pubblico, opere immortale del teatro statunitense del XX secolo, soprattutto per l’importanza dei temi e per la profonda analisi della condizione umana, è stato riproposto lo scorso 18 marzo al teatro Bellini di Napoli.

A dominare argomenti scottanti come il conflitto generazionale tra genitori e figli, l’incomprensione tra coniugi, l’incomunicabilità tra fratelli. Non senza riferimenti all’arte del teatro, in particolare al timore, che affligge molti attori, di restare intrappolati dentro a un ruolo. L’atmosfera è paragonabile a immagini di quadri iperrealistici che sembrano immersi in una dimensione al di fuori del “vero”, immobilizzati nella loro essenza e nel loro isolamento. Sulla scia di grandi autori a cavallo tra Ottocento e Novecento, come i nordeuropei Ibsen e Strindberg, O ‘Neill porta in teatro gli aspetti più intimi della borghesia, mettendone a nudo tutte le ipocrisie e le contraddizioni. Una storia maledetta, come la definisce Gabriele Lavia in una recente intervista. L’autore vi riversa esperienze della sua vita: basti pensare alla tisi contratta in gioventù, all’insoddisfazione artistica in veste di attore e ai viaggi nei mari tropicali.

Ambientata agli inizi del secolo scorso in Connecticut, la vicenda si snoda totalmente nella casa di vacanza della famiglia Tyrone, composta dal capofamiglia James (Gabriele Lavia), da sua moglie Mary (Federica Di Martino), dai due figli Jamie e Edmund (rispettivamente Jacopo Venturiero e Ian Gualdani) e dalla cameriera Cathleen (Beatrice Ceccherini). Un groviglio di irrisolti, col padre diventato attore famoso grazie all’interpretazione del protagonista di una commedia mediocre ma invecchiato col rimpianto di non aver indossato i panni di Otello o Re Lear, la madre psicologicamente instabile e dipendente dalla morfina, il primogenito, scapestrato e alcoolizzato, il secondo figlio malato di tubercolosi. Ai margini la domestica, l’unica che sembra capace di un contatto sereno col mondo esterno, l’unica in grado di uscire dallo spazio scenico senza dover aprire un varco tra le inferriate. Nel ristretto arco di 24 ore, nel pieno rispetto delle unità aristoteliche di spazio, tempo e azione, i membri della famiglia faranno i conti con torti subiti e inquietudini sotterranee, passando da un’apparente tranquilla quotidianità del mattino ai momenti più dolorosi di fine giornata, quando i nodi più intricati verranno al pettine e si finirà col rinfacciarsi colpe e responsabilità.

Mentre i quattro logorroici personaggi, in questo interno-trappola, si accusano, si scusano, si attaccano e si perdonano, trovano una breccia momenti di leggerezza, grazie a cui si allenta la tensione che aleggia nella casa, avvolta da una nebbia così invisibile eppure così pesante. Allo spettatore non può sfuggire una similitudine coi capolavori di Cechov, al quale piace stemperare il pathos con baleni di distensione.

Su questa pièce dal sapore metateatrale Lavia, accostatosi al testo con il massimo rispetto, apportando tagli minimi, costruisce uno spettacolo di una superba tenuta stilistica, con una perfetta sintonia di luci, suoni, gesti. Nulla è lasciato al caso. Ovunque prorompe magnificamente la potenza dell’arte scenica.

Diversamente da altre rappresentazioni, l’artista milanese, di origini siciliane, sembra recitare con minore vigoria, non certo per l’età avanzata ma per una precisa esigenza artistica: prestare il volto a un personaggio stanco, rassegnato e consapevole di trovarsi a un passo dal capolinea. Il continuo oscillare sulla sedia a dondolo, tra una citazione di Edipo re e una di Amleto, pare voler strappare attimi di tregua alla guerra contro i suoi familiari.

Contribuisce al felice esito della performance un cast di attori perfettamente in parte. Menzione speciale merita la Di Martino, che con un’interpretazione intensa e convincente rende al meglio uno dei ruoli femminili più complessi del teatro novecentesco, in questo lungo viaggio verso i meandri segreti dell’animo umano.

di Eugene O‘Neill 
regia Gabriele Lavia
traduzione Bruno Fonzi
adattamento Chiara De Marchi
scene Alessandro Camera
costumi Andrea Viotti
musiche Andrea Nicolini
luci Giuseppe Filipponio
suono Riccardo Benassi
con Gabriele Lavia, Federica Di Martino
e con Jacopo Venturiero, Ian Gualdani, Beatrice Ceccherini
produzione Effimera, Teatro della Toscana

 a cura di Ciro Borrelli

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