I Pronto Soccorso italiani sono sempre più sotto pressione. In appena due anni, tra il 2023 e il 2025, gli accessi sono aumentati di 1,5 milioni, con un incremento di 750mila pazienti nel solo ultimo anno. Numeri che raccontano una vera emergenza sanitaria e organizzativa, fatta di attese interminabili, carenza di personale e pazienti costretti a trascorrere ore — talvolta giorni — in barella prima di ottenere un posto letto.
A lanciare l’allarme è la Società Italiana di Medicina di Emergenza-Urgenza (Simeu), che ha realizzato un’indagine istantanea su un campione di strutture rappresentativo di circa 3 milioni di accessi ai Pronto Soccorso nel 2025. I dati saranno presentati durante il XIV Congresso nazionale della società scientifica, in programma a Napoli in occasione dei 25 anni di attività. Secondo l’indagine, il 70% dei Pronto Soccorso italiani registra quotidianamente casi di boarding, il fenomeno che costringe i pazienti già visitati e destinati al ricovero a rimanere in barella nei corridoi o nelle sale d’attesa per mancanza di posti letto disponibili nei reparti. La permanenza media in queste condizioni arriva a 23 ore.
La situazione non rappresenta soltanto un problema organizzativo, ma anche umano. I pazienti affrontano lunghe attese proprio nel momento di maggiore fragilità fisica e psicologica, mentre medici e infermieri lavorano in condizioni di forte stress. Simeu sottolinea come il boarding finisca per “ledere la dignità dei pazienti” e provochi un crescente disagio morale tra gli operatori sanitari.
Un’altra criticità riguarda la carenza di personale. L’89% delle strutture coinvolte nell’indagine dichiara di non avere organici sufficienti per coprire i turni ordinari. Solo l’11% sostiene di avere personale adeguato. Per garantire il funzionamento dei servizi, molti ospedali continuano così a ricorrere a medici gettonisti, prestazioni aggiuntive e contratti libero-professionali. Nel 29% dei casi vengono ancora utilizzate agenzie di servizi, nonostante le indicazioni ministeriali che ne scoraggiano l’impiego.
Secondo Alessandro Riccardi, presidente della Simeu, il fenomeno dei gettonisti nasce dalla mancanza di alternative stabili nel sistema pubblico. “Quando esistono condizioni organizzative attrattive e strutturate, il ricorso a queste figure tende a ridursi”, spiega. Per la società scientifica, però, le soluzioni temporanee non bastano più. Servono interventi strutturali su stipendi, tutele previdenziali, valorizzazione professionale e riconoscimento della natura usurante del lavoro nei Pronto Soccorso.
L’indagine evidenzia inoltre una crescita continua degli accessi: +3% rispetto al 2024 e oltre +6% rispetto al 2023. A fronte di questo aumento, però, i ricoveri rimangono stabili al 13%. Ciò significa che molti cittadini si rivolgono ai Pronto Soccorso anche per problematiche che potrebbero essere gestite sul territorio, segnale evidente delle difficoltà della medicina territoriale e della carenza di servizi alternativi.
Uno degli aspetti più preoccupanti emersi dallo studio riguarda proprio il rapporto tra ospedali e strutture territoriali come ospedali di comunità, RSA, lungodegenze e case di riposo. Il 38% dei Pronto Soccorso coinvolti non è nemmeno in grado di fornire dati certi sui ricoveri verso queste strutture oppure dichiara che tali trasferimenti non avvengono. Una situazione che, secondo Simeu, dimostra l’assenza di sistemi efficaci di monitoraggio e programmazione dei flussi sanitari.
Le strutture che riescono a tracciare questi dati indicano che solo lo 0,7% degli accessi nel 2025 si traduce in ricoveri nelle strutture territoriali. Anche sul piano della collaborazione organizzativa il quadro appare fragile: solo il 36% dei Pronto Soccorso dichiara una cooperazione stabile con la sanità territoriale, mentre nel restante 64% il rapporto è sporadico o del tutto assente. Situazione simile anche per i servizi sociali, con metà delle strutture che denuncia una mancanza di integrazione operativa.





