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Gatto infetta un uomo con l’influenza aviaria H5N1: cosa sappiamo davvero

Negli Stati Uniti è stato segnalato un possibile primo caso di trasmissione del virus dell’influenza aviaria A(H5N1) ad alta patogenicità da un gatto domestico a un essere umano. Il caso riguarda un veterinario che, secondo quanto riportato da un’indagine coordinata dai Centri per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie statunitensi Centers for Disease Control and Prevention (CDC), avrebbe sviluppato evidenza sierologica di infezione dopo aver lavorato a stretto contatto con un felino gravemente malato.

L’episodio è emerso nell’ambito di uno studio condotto da diversi enti sanitari federali e locali, tra cui la Division of Influenza del National Center for Immunization and Respiratory Diseases del CDC e le autorità sanitarie della contea di Los Angeles Los Angeles County Department of Public Health, insieme ad altri istituti coinvolti nella sorveglianza epidemiologica. Le analisi sono state guidate da un team coordinato dalla dottoressa Aisling Vaughan.

Il virus H5N1 è da anni oggetto di attenzione per la sua ampia diffusione tra gli animali e per la sua capacità di infettare numerose specie. Dopo aver causato gravi epidemie tra uccelli selvatici e da allevamento, è stato rilevato anche in diversi mammiferi, tra cui volpi, foche, ermellini, orsi polari e bovini. Dal 2023 si è osservato un aumento dei casi nei gatti domestici, nei quali l’infezione può avere un decorso particolarmente grave e un’elevata letalità, spesso associata al consumo di carne cruda, latte non pastorizzato o prede infette.

Tra novembre 2024 e gennaio 2025 sono stati analizzati 19 gatti gravemente malati dopo esposizioni sospette. Di questi, 9 sono risultati positivi al clade 2.3.4.4b del virus H5N1, genotipo B3.13, lo stesso associato a numerosi casi recenti negli animali e sporadicamente nell’uomo. In totale, 14 dei 19 gatti sono morti o sono stati soppressi a causa delle gravi condizioni cliniche.

Successivamente, le autorità sanitarie hanno monitorato 139 persone entrate in contatto con questi animali infetti, tra cui proprietari, veterinari e personale coinvolto nella gestione delle carcasse. Circa 30 persone hanno sviluppato sintomi simil-influenzali, ma nessuna è risultata positiva ai test virologici diretti.

Un’ulteriore indagine sierologica ha però individuato un singolo caso positivo: un veterinario che aveva trattato uno dei gatti infetti, sottoposto a procedure ad alto rischio come intubazione e raccolta di campioni biologici. Durante le operazioni aveva indossato guanti protettivi, ma non mascherina né protezioni oculari. L’uomo non aveva avuto contatti con altri animali infetti e non aveva sviluppato sintomi clinici riconducibili all’influenza, ma il test ha evidenziato la presenza di anticorpi compatibili con una precedente esposizione al virus.

Secondo gli autori dello studio, pubblicato sul Morbidity and Mortality Weekly Report, questo risultato rappresenta la prima evidenza documentata di possibile trasmissione del virus H5N1 da gatto domestico a uomo. Tuttavia, si tratta di un’infezione asintomatica rilevata retrospettivamente, non di un caso clinico conclamato.

Gli esperti sottolineano che, pur indicando una possibile trasmissione zoonotica, il dato non dimostra ancora una capacità del virus di diffondersi tra esseri umani. Anche le principali associazioni veterinarie, tra cui l’American Veterinary Medical Association American Veterinary Medical Association (AVMA), ribadiscono che il rischio per la popolazione generale resta basso e raccomandano di evitare l’alimentazione dei gatti con prodotti crudi e di adottare adeguate misure di protezione durante la gestione di animali potenzialmente infetti.

Il virus H5N1 continua comunque a essere considerato uno dei principali candidati potenziali per future pandemie influenzali, soprattutto per la sua diffusione globale tra molte specie animali e per la capacità di occasionali salti di specie. Alcuni esperti ipotizzano che potrebbero essere necessarie poche mutazioni per migliorare l’adattamento ai mammiferi, ma si tratta di scenari teorici e non confermati.

Le autorità sanitarie internazionali, al momento, non segnalano alcuna trasmissione sostenuta da uomo a uomo del ceppo circolante e invitano alla prudenza nell’interpretazione dei dati, sottolineando che si tratta di un singolo evento in studio, ancora da valutare nel suo reale significato epidemiologico.

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