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Bordighera, la zia di Beatrice rompe il silenzio: “Vogliamo adottare le sorelle”

A quattro mesi esatti dalla morte della piccola Beatrice, la bambina di appena due anni deceduta il 9 febbraio scorso a Bordighera, la zia paterna Sonia Rao decide di parlare. Lo fa affidando le sue parole a La Stampa, con l’obiettivo di chiarire e smentire alcune ricostruzioni emerse nelle ultime settimane, in particolare quelle che descriverebbero la famiglia paterna come distante e disinteressata alle tre sorelle.

Una versione che la donna respinge con fermezza. “Adottare le sue sorelle è fondamentale. Non si discute”, afferma senza esitazioni, riferendosi alle due bambine più grandi che, dopo la tragedia, si trovano attualmente in una struttura protetta.

Per la morte della piccola Beatrice risultano indagati per maltrattamenti aggravati la madre, Manuela Aiello, e il compagno Emanuel Iannuzzi, entrambi oggi detenuti in carcere. I due, attraverso i propri legali, hanno negato qualsiasi forma di violenza.

Secondo il racconto di Sonia Rao, però, i rapporti tra la famiglia paterna e la madre delle bambine sarebbero stati da sempre difficili, se non inesistenti. “Noi non avevamo rapporti con la signora Aiello. Le bambine le vedevamo soltanto quando c’era mio fratello”, spiega, sottolineando come ogni contatto passasse esclusivamente attraverso il padre delle piccole.

Una distanza che, stando alle sue parole, avrebbe radici lontane: “Da sempre. La madre delle bambine non mi ha mai sopportata. Non c’era un motivo preciso, semplicemente non voleva la mia presenza”. La donna racconta di una relazione mai costruita, fatta di incontri sporadici e mai di una vera frequentazione.

Anche il legame con la piccola Beatrice, nata nel 2023, sarebbe stato limitato. “L’ho vista davvero pochissimo. Era sempre con la mamma. Anche mio fratello l’ha vissuta poco perché quando è nata era in carcere”, aggiunge.

Dall’agosto 2025, racconta ancora la zia, ogni contatto si sarebbe interrotto del tutto. “Non sentivo più le bambine. Non avevo i loro numeri e la madre mi aveva bloccata. Quando mi incrociava per strada mi insultava. Come poteva esserci un dialogo?”, afferma, spiegando che l’unico rapporto continuativo era quello tra la donna e il nonno paterno, che provvedeva mensilmente al mantenimento.

Resta però una domanda centrale: com’è possibile che nessuno si sia accorto delle presunte violenze? A questo interrogativo Sonia Rao risponde con amarezza: “Non vivevamo la loro quotidianità. Io lavoro, ho orari diversi. Le bambine andavano a scuola. Se avessi avuto anche solo un minimo sospetto, sarei intervenuta subito. Ma non è mai arrivato alcun segnale fino a noi”.

Parole che si inseriscono in un’inchiesta ancora aperta, mentre resta il dolore per una tragedia che ha scosso profondamente la comunità e sollevato interrogativi su responsabilità, omissioni e possibilità di intervento.

Nel frattempo, la richiesta della famiglia paterna di poter accogliere le due sorelle di Beatrice rappresenta un nuovo capitolo di una vicenda ancora tutta da chiarire, tra verità giudiziaria e ferite familiari difficili da rimarginare.

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