Non ce l’ha fatta il ragazzo di 17 anni di Trento che il primo agosto si è tuffato da un pontile a Jesolo, andando a sbattere violentemente la testa sul fondale. Dopo giorni di agonia vissicissitudini drammatiche in ospedale, il giovane è morto nelle scorse ore, lasciando sgomento il litorale veneziano dove si trovava per trascorrere qualche giorno di vacanza. L’impatto con l’acqua e il fondale è stato devastante: subito dopo il tuffo, avvenuto nella zona di piazza Marconi, il giovane aveva riportato un grave trauma cervicale per poi entrare in arresto cardiaco. A dare immediatamente l’allarme erano stati gli amici che lo accompagnavano. I sanitari del Suem 118 e della Croce Rossa, giunti tempestivamente sul posto, avevano avviato disperate manovre di rianimazione, prima di intubarlo e trasportarlo d’urgenza all’ospedale di San Donà e successivamente nel reparto di neurochirurgia dell’ospedale di Mestre, dove è spirato dopo giorni di lotta.
La drammatica notizia si inserisce in una scia di cronache difficili per il nord Italia, segnata nelle stesse ore anche dalla morte di una quattordicenne della Repubblica Ceca, precipitata per una cinquantina di metri lungo un sentiero nei pressi del rifugio Torre di Pisa, sul gruppo del Latemar, nonostante il tempestivo intervento dell’elisoccorso Aiut Alpin Dolomites e del soccorso alpino.
Il caso di Jesolo riaccende tuttavia i riflettori sulla pericolosità dei tuffi dai pontili, un’abitudine estiva che continua a mietere vittime nonostante i richiami e i cartelli apposti dalle autorità locali. La sottovalutazione del rischio da parte dei bagnanti resta altissima: la profondità dell’acqua in prossimità delle strutture, infatti, anche in condizioni di alta marea risulta spesso inferiore ai cento centimetri, trasformando un gesto d’istinto o un gioco in un pericolo mortale.






