Riceviamo e pubblichiamo il comunicato stampa di Movimento Italiano Disabili, Coordinamento Regione Campania:
“Un gradino. Sembra un dettaglio insignificante, una semplice interruzione geometrica nel
marciapiede, alta pochi centimetri.
Per la maggior parte dei normodotati, è un ostacolo invisibile, superato con l’automatismo distratto
della quotidianità.
Ma per chi si muove su una sedia a rotelle, per un anziano con le articolazioni rigide o per un genitore
che spinge un passeggino, quel gradino non è un dettaglio: è un muro. È il confine
È il confine fisico tra l’inclusione e l’esclusione, tra il diritto di cittadinanza e l’emarginazione
silenziosa.
Nella nostra città, Avellino, questo confine non è eccezione, ma regola.
Passeggiando per le vie del centro in particolar modo, ci si imbatte in una geografia dell’ostilità che
trasforma ogni attività commerciale in una fortezza inaccessibile. La situazione è paradossale.
Viviamo in un’epoca che celebra l’apertura, la connettività globale e l’esperienza utente digitale
fluida. I negozi competono ferocemente per attirare clienti online, ottimizzando ogni clic, ogni scroll.
Eppure, quando il cliente varca la soglia fisica – o meglio, vorrebbe varcarla – si scontra con
un’anacronistica incuria. Le rampe sono spesso assenti, o peggio, se presenti solo come elementi
estetici non funzionali: troppo ripide, troppo strette, bloccate da auto in doppia fila o da espositori
promozionali invasivi. Le porte automatiche, quelle vere, sono una rarità; al loro posto, maniglie
pesanti che richiedono uno sforzo erculeo, trasformando l’atto banale dell’entrare in un’impresa
atletica proibitiva. Non si tratta solo di ingegneria civile carente, ma di una cecità culturale radicata.
Molti esercenti sembrano considerare l’accessibilità non come un diritto fondamentale, ma come un
optional costoso, un capriccio burocratico da aggirare. “Abbiamo sempre fatto così”, è la
giustificazione ricorrente, un mantra che nasconde la resistenza al cambiamento. Tuttavia, questa
narrazione ignora una verità economica elementare: escludere una fetta significativa della
popolazione significa rinunciare a potere d’acquisto, a fedeltà al brand, a vitalità sociale. Le barriere
architettoniche non proteggono il business; lo impoveriscono, rendendolo sterile e ostile. L’impatto
psicologico di queste barriere è devastante quanto quello fisico. Ogni tentativo fallito di entrare in un
negozio, in una farmacia o in un caffè diventa un promemoria quotidiano della propria “diversità”
indesiderata.
La persona con disabilità non viene vista come un cliente, ma come un problema
logistico, un intruso in uno spazio progettato esclusivamente per corpi abili e normodotati. Questa
esclusione sistematica erode la dignità individuale e frammenta il tessuto sociale, creando una città
a due velocità: una per chi può scorrere liberamente nello spazio pubblico, l’altra per chi deve
pianificare ogni spostamento come una missione militare, con mappe mentali di accessi alternativi e
percorsi sicuri.
È urgente cambiare prospettiva. L’abbattimento delle barriere architettoniche non è
un atto di carità, ma di giustizia sociale e di intelligenza urbana, è legge. Una città accessibile è una
città migliore per tutti: le rampe aiutano anche i ciclisti, le porte automatiche facilitano chi porta borse
della spesa, i marciapiedi livellati prevengono inciampi per i distratti. Progettare per la diversità
umana significa progettare per la resilienza collettiva. Le amministrazioni locali devono smettere di
concedere deroghe facili e iniziare ad applicare sanzioni rigorose, accompagnate da incentivi reali
per la ristrutturazione.
Gli esercenti devono comprendere che l’accessibilità è parte integrante della
qualità del servizio, tanto quanto la cortesia del personale o la pulizia dei locali. Immaginiamo una
città dove l’ingresso in un negozio non sia un test di abilità, ma un gesto di benvenuto universale.
Immaginiamo spazi dove la progettazione inclusiva sia la norma, non l’eccezione. Fino ad allora,
ogni gradino non segnalato, ogni porta pesante, ogni bagno inaccessibile rimarrà una accusa muta
contro la nostra civiltà. Non possiamo permetterci di costruire società che funzionano solo per alcuni.
La vera misura del progresso di una comunità non si trova nelle vetrate luccicanti dei suoi centri
commerciali, ma nella facilità con cui ogni suo membro, indipendentemente dalle proprie capacità
fisiche, può attraversarne la soglia.
Allora care istituzioni, care amministrazioni comunali e amministratori locali del territorio di ogni
ordine e grado la nostra domanda che a voi lasciamo è: Quanto ancora le persone con disabilità della
nostra irpinia e poi anche turisti da fuori devono attendere per poter accedere liberamente alle attività
commerciali? Crediamo che sia giunto il momento che dinanzi a questa domanda da parte vostra
ci siano delle giuste e chiare risposte, prima ancora azioni concrete.”






