È il giorno del ricovero di Papa Leone XIV al Policlinico Gemelli di Roma, dove il Pontefice sarà sottoposto a un intervento chirurgico per la rimozione di un nodulo al polmone. L’evento ha mobilitato una complessa macchina organizzativa e di sicurezza per garantire la massima tutela del Santo Padre, in un clima di apprensione che coinvolge fedeli e autorità di tutto il mondo.
Per l’occasione è stato predisposto un piano d’azione straordinario. A differenza dei suoi predecessori, Leone XIV non sarà alloggiato nello storico appartamento riservato ai Pontefici al decimo piano, attualmente interessato da lavori di ristrutturazione, ma verrà ricoverato in un’altra area del medesimo piano. L’intera zona è stata completamente isolata dagli altri reparti ospedalieri e l’accesso sarà rigorosamente consentito solo previa autorizzazione della Prefettura della Casa Pontificia. La gestione dei flussi interni, dei varchi di entrata e di uscita è affidata alla Gendarmeria Vaticana, al lavoro in sinergia con l’Ispettorato di pubblica sicurezza presso il Vaticano e con il personale di vigilanza del policlinico. All’esterno, le forze dell’ordine si occuperanno di blindare il perimetro della struttura con agenti in divisa e in borghese pronti a monitorare anche l’afflusso dei fedeli attesi.
La sicurezza proseguirà anche nei cieli e nello spazio digitale. Con l’arrivo del Papa scatterà la “No-fly zone” sull’intero complesso ospedaliero, sorvegliato dall’alto da elicotteri, droni e sistemi con puntatori anti-drone. Parallelamente, le autorità hanno innalzato i livelli di protezione informatica per blindare le reti della struttura da possibili attacchi hacker. Massima attenzione è stata riservata infine alla riservatezza medica del Pontefice: per tutelare la privacy di Prevost, tutti gli esami e le analisi cliniche verranno registrati utilizzando codici alfanumerici o pseudonimi.
Mentre da ogni angolo del pianeta giungono attestati di vicinanza, ad avvolgere la vicenda è il gelido silenzio istituzionale proveniente dagli Stati Uniti. Non è passato inosservato il fatto che non sia arrivato alcun messaggio di solidarietà o di augurìa né dal presidente Donald Trump, né dal vicepresidente JD Vance, né dal segretario di Stato Marco Rubio. Un atteggiamento che riflette le note distanze tra la Casa Bianca e il Pontefice, più volte manifestate in passato. Ad acuire le frizioni contribuiscono anche i recenti interventi del Papa sulla pena di morte, definita “inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona”, dichiarazioni giunte proprio in concomitanza con la decisione del Pentagono di trasmettere in diretta streaming la condanna a morte dell’ex maggiore Nidal Hassan per la strage di Fort Hood. Un tema, quello della capitale punizione negli USA, tornato con forza al centro del dibattito internazionale anche per il controverso caso della fallita esecuzione di Christa Pike.






