Tel Aviv/G– Il dolore di chi attende, spera e, infine, piange. È il sentimento che attraversa le famiglie di Yonatan Samerano, Shai Goren e Itay Regev, tre degli ostaggi israeliani uccisi a Gaza, i cui nomi sono stati confermati dalle autorità israeliane nei giorni scorsi. A quasi sette mesi dall’inizio del conflitto tra Israele e Hamas, le loro famiglie hanno lanciato un appello straziante: “Riportateci i nostri figli, vivi o morti”.
Durante le celebrazioni della Giornata della Memoria dell’Olocausto, i parenti hanno interrotto le commemorazioni ufficiali per ricordare che anche oggi c’è chi muore nell’indifferenza e nel silenzio. “Non possiamo onorare il passato ignorando il presente,” ha dichiarato commossa una madre. Le famiglie chiedono che si faccia tutto il possibile per riportare in patria i corpi dei loro cari e di chi è ancora detenuto a Gaza.
Secondo l’IDF, Hamas trattiene ancora più di 130 ostaggi, ma su molti di loro non si hanno più notizie da mesi. Le testimonianze degli ostaggi liberati nei precedenti scambi hanno parlato di condizioni disumane: celle sotterranee, mancanza di cure mediche, isolamento. Alcuni dei detenuti, si teme, possano essere morti.
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu è sotto pressione. Le famiglie chiedono un accordo, anche a costo di compromessi. “Meglio riportare a casa un figlio in una bara, che non sapere nulla”, ha detto Yossi Goren, padre di Shai.
La comunità internazionale assiste, divisa. Le Nazioni Unite e la Croce Rossa hanno ripetutamente chiesto accesso ai prigionieri, ma Hamas ha sempre negato. Alcuni governi europei stanno facendo pressioni per un cessate il fuoco che permetta almeno lo scambio di ostaggi e prigionieri.
Nel frattempo, le famiglie non smettono di manifestare: ogni giorno nelle piazze di Tel Aviv, davanti alla Knesset, nei luoghi simbolo del Paese. Con foto, cartelli, e una voce che, tra lacrime e rabbia, chiede solo una cosa: “Verità, giustizia, e umanità”.





