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Il caso di Fausto e Iaio, riaperte le indagini 47 anni dopo

A distanza di quasi mezzo secolo, si riaccendono i riflettori su uno dei misteri più oscuri degli anni di piombo: l’omicidio di Fausto Tinelli e Lorenzo “Iaio” Iannucci, i due giovani di 18 anni uccisi la sera del 18 marzo 1978 in via Mancinelli, a pochi passi dal centro sociale Leoncavallo. La giudice per le indagini preliminari Maria Idria Gurgo di Castelmenaedo ha deciso di riaprire il fascicolo, accogliendo la richiesta avanzata dai pubblici ministeri milanesi Leonardo Lesti e Francesca Crupi, che avevano formalizzato l’istanza circa un anno fa, dopo un esposto del sindaco di Milano, Giuseppe Sala.

Il duplice omicidio, che avvenne due giorni dopo il rapimento di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse, ha da sempre rappresentato una ferita aperta per la città di Milano. Nel 2000, la gip Clementina Forleo aveva archiviato il caso, riconoscendo però la presenza di “significativi elementi” a carico di ambienti della destra eversiva, in particolare nei confronti di Massimo Carminati, Claudio Bracci e Mario Corsi. Elementi che, pur suggestivi, non si erano mai tradotti in prove concrete.

Il nuovo fascicolo conoscitivo è stato aperto grazie all’iniziativa del primo cittadino milanese, che nel 2023 scrisse al procuratore capo Marcello Viola sollecitando una riapertura delle indagini. Da lì, i pm hanno chiesto all’ufficio reperti del Palazzo di Giustizia di verificare l’eventuale presenza di elementi materiali su cui effettuare nuove analisi scientifiche. Tra questi, un berretto di lana blu rinvenuto sulla scena del crimine, mai analizzato e oggi apparentemente scomparso.

La svolta più recente è giunta grazie a una nuova informativa della Digos, che ha permesso di rimettere mano agli atti e approfondire alcune piste rimaste fino ad ora sullo sfondo.

Al centro della riapertura delle indagini c’è una nuova perizia dattilografica su un volantino di rivendicazione del delitto, che potrebbe aprire nuovi scenari investigativi. Stando a quanto trapela, sarebbero emerse connessioni con ambienti della destra eversiva già noti alla giustizia, ma finora non sufficientemente approfonditi.

Gli inquirenti intendono riesaminare anche le testimonianze raccolte all’epoca, comprese quelle di due donne che affermarono di aver assistito alla scena dell’agguato, e di un sacerdote della chiesa di via Casoretto, poco distante dal luogo dell’omicidio.

La decisione della gip riaccende le speranze di verità per le famiglie Tinelli e Iannucci, e per tutti coloro che in questi anni non hanno mai smesso di chiedere giustizia. L’inchiesta potrebbe ora contare su strumenti investigativi moderni, come l’analisi del DNA e delle firme dattilografiche, che nel 1978 non erano disponibili.

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