«L’arte è un labirinto», diceva Arnaldo Pomodoro. E in effetti la sua vita e la sua opera lo sono state davvero: un intreccio di visione, sperimentazione e profondità, sempre in tensione tra l’arcaico e il futuro.
Il grande scultore si è spento domenica nella sua casa di Milano. Oggi, 23 giugno, avrebbe compiuto 99 anni.
Una carriera straordinaria, lunga oltre settant’anni, che ha attraversato tutto il Novecento e che ha lasciato segni visibili e riconoscibili nei paesaggi urbani di mezzo mondo. Le sue celebri sfere spaccate, che uniscono la perfezione della geometria con la vertigine dell’ignoto, sono diventate simboli di città e istituzioni: dal Cortile della Pigna nei Musei Vaticani al piazzale delle Nazioni Unite a New York.
Nato nel 1926 a Morciano di Romagna, ma cresciuto a Orciano, nelle Marche, Pomodoro ha sempre ricordato la sua infanzia come il tempo della scoperta. Giocava lungo il fiume Conca, dove modellava forme nell’argilla con un’istintiva vocazione alla scultura: «Plasmavo case che non ricordavano affatto una casa, ma qualcosa di kafkiano», raccontava.
Dopo il diploma e un impiego nel genio civile durante il dopoguerra, si dedica al teatro, firmando scenografie per il Rossini di Pesaro. Ma la svolta arriva nel 1953, quando si trasferisce a Milano insieme al fratello Giò, anche lui scultore (scomparso nel 2002). È il tempo dell’Italia che rinasce e della grande arte contemporanea: Pomodoro incontra Lucio Fontana, ne assimila la tensione spaziale, e inizia a elaborare il suo linguaggio unico.
«La sfera è una forma perfetta – diceva – e io la rompo per scoprirne l’interno misterioso e nascosto». Così nascono le sue sculture: solidi geometrici spezzati, che all’interno rivelano meccanismi intricati, quasi orologi cosmici o ingranaggi dell’inconscio. Forme che sfidano il tempo e lo spazio, che evocano codici perduti, scritture cuneiformi, architetture immaginate.
Questa visione si estende anche alla scala monumentale: Pomodoro crea interi ambienti artistici, come la celebre Sala delle Armi del Museo Poldi Pezzoli o l’ipogeo Ingresso nel labirinto in via Solari, a Milano, una delle sue opere più visionarie.
Parallelamente, il teatro è rimasto una sua grande passione. Non solo scenografie, ma vere e proprie installazioni sceniche, nate per infrangere i confini tra palcoscenico e città. Come l’Oedipus Rex di Stravinskij messo in scena a Siena, o il leggendario allestimento dell’Orestea in siciliano di Emilio Isgrò a Gibellina, tra le rovine del terremoto: «Le macerie stesse – disse – erano l’unica scenografia possibile».
Esposto nei maggiori musei del mondo, insignito di premi prestigiosi – dal Praemium Imperiale di Tokyo alla laurea honoris causa del Trinity College di Dublino – Pomodoro ha rappresentato l’Italia artistica e spirituale anche nei luoghi sacri. Celebre il suo semplice altare per il santuario di Padre Pio a San Giovanni Rotondo. Controversa, invece, la croce bronzea da lui realizzata e successivamente rimossa nel 2010.
Negli ultimi anni aveva lavorato a un progetto mai realizzato: la Porta dei Re del Duomo di Cefalù, rimasto nei bozzetti come ultimo varco da attraversare.
Oggi, mentre Milano, l’Italia e il mondo dell’arte ne piangono la scomparsa, l’eredità di Arnaldo Pomodoro resta scolpita nella materia e nella memoria. Come un enigma da decifrare. Come un labirinto da esplorare.





