Una testimonianza lucida e sentita, quella di Anna Sarno, ex paziente oncologica che oggi sceglie di raccontare la propria esperienza non per denunciare, ma per informare. Al centro della sua riflessione, l’uso – o meglio, il mancato uso – dei caschi refrigeranti durante la chemioterapia presso l’Azienda Ospedaliera “San Giuseppe Moscati” di Avellino, nonostante questi dispositivi siano già presenti nella struttura.
Anna Sarno ha effettuato la radioterapia al Moscati, ma ha ricevuto la chemioterapia in un altro ospedale dove le è stata proposta la possibilità di utilizzare i cosiddetti “caschetti refrigeranti”, strumenti che, grazie a un raffreddamento localizzato del cuoio capelluto, aiutano a ridurre o evitare la caduta dei capelli, uno degli effetti collaterali più visibili e psicologicamente impattanti delle terapie oncologiche.
Secondo Anna, il beneficio dei caschi non è soltanto estetico, ma profondamente umano: «Perdere i capelli – spiega – significa manifestare visibilmente la malattia, affrontare lo stigma, la commiserazione.» Il casco refrigerante, dunque, non è solo un ausilio tecnico, ma uno strumento di supporto psicologico, soprattutto per i pazienti più giovani.
Anna ha scoperto che questi caschetti sono effettivamente in dotazione all’ospedale del Moscati ma, parlando con altre pazienti, ha riscontrato che pochissime erano al corrente della loro esistenza. «Secondo la mia esperienza, almeno il 70% dei pazienti non è informato della possibilità di utilizzare questo supporto – afferma – e questo rappresenta un grave limite.»
A confermare questa situazione, anche il Tribunale per i diritti del malato: diversi caschi refrigeranti sarebbero stati donati, ma non vengono utilizzati. Le motivazioni sembrerebbero riconducibili a carenze organizzative e di personale. Infatti, il trattamento con casco refrigerante richiede un tempo aggiuntivo: va indossato mezz’ora prima e mantenuto mezz’ora dopo la somministrazione della chemioterapia. Un’ora in più per ogni paziente che, in un reparto già sotto pressione, può rappresentare un ostacolo operativo significativo.
Ma Anna non si arrende e propone alternative: dove non è possibile gestire i caschetti refrigeranti standard, si potrebbero almeno offrire ai pazienti le cuffiette termiche, acquistabili anche privatamente. Si tratta di strumenti riempiti con ghiaccio secco o refrigerante che, pur in forma più semplice, svolgono una funzione analoga di vasocostrizione del bulbo pilifero, riducendo la caduta dei capelli e favorendo una ricrescita più rapida.
L’intento di Anna non è polemico. Dopo una diagnosi durissima – due tumori, di cui uno particolarmente aggressivo – affrontata grazie alla prevenzione, oggi sceglie di parlare non solo della propria battaglia personale, ma di ciò che ha imparato lungo il percorso. Il suo cane Fidel, racconta, è stato il primo a percepire che qualcosa non andava. Poi gli esami, i controlli, la diagnosi arrivata in piena estate, senza sintomi. Un’esperienza drammatica, affrontata con determinazione, che ora si trasforma in una testimonianza costruttiva.
«Non tutti possono sopportare il casco refrigerante – ammette – è un trattamento non semplice. Ma sapere di avere un’opzione, di poter almeno scegliere, fa la differenza. È un effetto collaterale in meno da subire, una possibilità in più per conservare un pezzo della propria identità durante il percorso di cura».
Un appello, il suo, che richiama alla necessità di una maggiore informazione, di un’organizzazione più attenta alle esigenze del paziente e, soprattutto, del rispetto della dignità di chi combatte una malattia difficile. I dispositivi ci sono. Ora serve la volontà – e la possibilità concreta – di metterli a disposizione di chi ne ha bisogno.






