Latest Posts

Ariano Irpino, l’addio del Vescovo all’agente Mario: «Una ferita che ci riguarda tutti»

Non un comunicato, non un discorso ufficiale. Una lettera. Sincera, intensa, scritta con il tono sommesso di chi si inginocchia davanti a un dolore troppo grande per essere spiegato. Così il vescovo della diocesi di Ariano Irpino-Lacedonia, monsignor Sergio Melillo, ha scelto di rivolgersi a Mario, l’agente della Polizia di Stato che nei giorni scorsi ha deciso di togliersi la vita.

Una scelta estrema che ha scosso profondamente la comunità arianese, lasciandola – nelle parole del presule – «attonita», sospesa tra il dolore e l’incomprensione. In un contesto spesso dominato dalla freddezza delle formule e dalle distanze istituzionali, Melillo sceglie invece la forma della prossimità, parlando direttamente a Mario, chiamandolo per nome, come si fa con chi si conosce, con chi si ama, con chi si è perduto.

“Forse il bisogno di essere ascoltato, accolto, abbracciato senza condizioni. Non tutto possiamo capirlo, e questo è il dolore più grande”, scrive il Vescovo. Ma a mancare, sottolinea, è proprio questa capacità di ascoltare davvero, di andare oltre la superficie, intercettare il disagio prima che diventi abisso.

Il suicidio di Mario, agente stimato e benvoluto, lascia un vuoto che le parole non riescono a colmare. E Melillo non cerca facili spiegazioni. Al contrario, si muove dentro quel silenzio, lo abita con pudore e rispetto. E lo trasforma in appello collettivo, in invito a non restare indifferenti.

“Il tuo addio non è solo un dramma personale, è un interrogativo rivolto a tutti noi. Viviamo in una società che ha imparato a comunicare in mille modi, ma non sempre ad ascoltare.”

È un messaggio che suona anche come un atto d’accusa, delicato ma diretto, verso un mondo che celebra la forza e il successo, ma spesso lascia ai margini la fragilità e la sofferenza.

Non mancano, nel testo, riferimenti al Vangelo – «La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta» – e alla letteratura, con i versi struggenti di Cesare Pavese, poeta della solitudine e del tormento interiore. Un intreccio che conferisce alla lettera un valore non solo spirituale, ma anche profondamente civile, culturale, umano.

La conclusione è una preghiera, ma non si limita a Mario. È rivolta a «chi è come te nel dolore», a chi lotta ogni giorno con pensieri invisibili, a chi non riesce a chiedere aiuto. In questa estensione, la lettera si trasforma in un manifesto contro la solitudine, contro quella parte di società che si volta dall’altra parte.

È un invito – accorato ma deciso – a fare comunità nel senso più autentico: «Aprire gli occhi, accorgerci degli altri, imparare ad ascoltare anche i silenzi».

In un’epoca in cui anche il dolore rischia di diventare notizia di passaggio, Monsignor Melillo firma un testo che non vuole consolare soltanto, ma provocare coscienze, aprire una riflessione, lasciare un segno. È una lettera che restituisce umanità a chi, come Mario, troppo spesso viene ricordato solo per l’ultimo gesto. Una lettera che ci ricorda – con discrezione, ma con fermezza – che nessuno dovrebbe sentirsi solo al punto da non vedere alternative.

Fonte foto – AvellinoToday

Latest Posts

spot_imgspot_img

Don't Miss

Stay in touch

To be updated with all the latest news, offers and special announcements.