Le credenze in fatto di magia attingono continuamente nuova humus alle radici che affondano nel sostrato culturale popolare italiano, ma anche, con le debite varianti, in quello di tutti i Paesi del mondo. L’inconscio collettivo, e di conseguenza individuale, è chiaramente abitato da figure del mito che costituiscono incarnazioni ideali di paure ancestrali o di sogni archetipici, quelli che proiettano la mente in spazi dominati dalla dea cieca, la Fortuna, alla quale si crede cada la benda dagli occhi in grazia dell’intervento rituale di un qualche mediatore umano, maghi, streghe, fattucchiere, guaritori e guaritrici, sciamani, con una distinzione di genere dipendente dalle eterogenee temperie culturali entro le quali tali convinzioni collettive sono germogliate.
Se nell’Occidente, che si è nutrito di una inossidabile misoginia a cominciare da epoche remotissime, attraversando quella greca e quella romana, indi quella medievale fin quasi ai tempi nostri, la mediazione con gli sconosciuti spazi dell’esoterismo e del paranormale è quasi sempre affidata alle donne, lo sciamanesimo, invece, trova un netto protagonismo maschile, pur con significative eccezioni.
Il complesso coacervo di credenze, peraltro, costituisce un patrimonio culturale immateriale ricchissimo, in grado di creare attrattive eccezionali, purtroppo invisibile all’occhio laddove un qualche ricercatore non illumini l’oscurità che avvolge tali ambiti attraverso studi puntuali e attenti.
Questo è quanto si prepara a compiere Michele Miscia, che ha fatto della indipendenza il fondamento della sua ricerca sul campo in ambito antropologico e che intende procedere, per il tramite di un Grand Tour, ovvero un viaggio di scoperta materiale e intellettuale, ad una nuova narrazione concernente i bistrattati territori che lingue disattente, perché cieche, definiscono affatto prive di attrattive, ma potenzialmente foriere, invece, di grandissime suggestioni a attrazioni promananti proprio dalle tradizioni popolari e dai luoghi del mito che in essi sono sempre presenti, pur se in maniera più o meno cospicua.
Miscia si addentrerà negli anfratti più remoti e meno esplorati delle comunità italiane, a cominciare proprio da quelle appenniniche, di solito ignorate dalla ricerca ufficiale e dai media destinati alla divulgazione culturale e scientifica, con poche eccezioni.
Narrerà, analizzandole nei dettagli, le storie di janare, scianare, masciare, scazzamaurielli, folletti e streghe, ma anche di fantasmi che si dice infestino case e castelli. Scriverà di processione di morti, di cavalieri con la testa mozzata, di fatture a morte e di filtri d’amore, di medicina popolare fondata sull’uso di erbe spontanee …
Una nuova narrazione dei territori che evidenzi le positività di cui essi sono forieri è più che mai necessaria.






