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Delitto Nada Cella, oggi la sentenza di primo grado: attesa per il verdetto su Annalucia Cecere

È attesa per oggi, giovedì 15 gennaio, la sentenza di primo grado nel processo per l’omicidio di Nada Cella, la segretaria 25enne uccisa il 6 maggio 1996 a Chiavari, nello studio di commercialisti dove lavorava. Dopo quasi trent’anni di misteri e indagini, la Corte d’Assise di Genova è chiamata a scrivere un primo, fondamentale capitolo giudiziario di uno dei casi più emblematici della cronaca italiana.

Sul banco degli imputati c’è Annalucia Cecere, ex insegnante, accusata di essere l’autrice materiale del delitto. Per lei la Procura ha chiesto la condanna all’ergastolo. Quattro anni di reclusione sono stati invece richiesti per Marco Soracco, datore di lavoro della vittima, imputato per favoreggiamento. La madre di Soracco, Marisa Bacchioni, inizialmente coinvolta nel procedimento, è stata successivamente estromessa dal processo.

Secondo l’accusa, Cecere avrebbe ucciso Nada Cella perché invaghita del commercialista Soracco e convinta che la giovane segretaria rappresentasse una rivale sia sul piano sentimentale sia lavorativo. Eliminandola, avrebbe potuto prenderne il posto all’interno dello studio. Una ricostruzione che la difesa ha sempre respinto, parlando di un impianto accusatorio basato su sospetti e contraddizioni.

Il processo, durato mesi, ha visto l’audizione di decine di testimoni e la ricostruzione minuziosa di fatti e indizi rimasti per anni nell’ombra. Il caso è stato riaperto nel 2021 e ha portato, due anni dopo, al rinvio a giudizio degli imputati anche grazie a nuovi elementi emersi nel tempo. Tra questi, il contributo della criminologa Antonella Delfino Pesce, che nella sua tesi di criminologia aveva analizzato il delitto di Chiavari, notando la mancata trasmissione di un verbale relativo a bottoni trovati in casa di Cecere, simili a quelli rinvenuti sotto il corpo della vittima.

“Qualunque sia l’esito della sentenza, sarà poi fondamentale leggere le motivazioni – ha spiegato la criminologa –. È stato un percorso difficile e complesso. Ho sentito la mamma di Nada, Silvana, molto provata: dice che ora sente di conoscere la verità, ma questi sono stati giorni pesantissimi”.

Un pensiero condiviso anche dalla cugina di Nada, Silvia Cella, che in un messaggio pubblico ha ribadito l’importanza di una decisione fondata sulla verità: “Qualunque sia l’esito, ciò che conta è che la giustizia dia una risposta rispettosa di tutti, ma prima di tutto di Nada”. Un richiamo forte anche alla sofferenza di Silvana Cella, che per trent’anni non ha mai smesso di chiedere giustizia per la figlia.

L’ultima udienza si è tenuta giovedì scorso, con il confronto finale tra accusa e difesa. La pubblico ministero Gabriella Dotto ha respinto le tesi difensive, sostenendo che “la difesa non ha portato ricostruzioni alternative” e che i dubbi sollevati siano “inconsistenti”. Di segno opposto la posizione dei legali di Cecere, Gabriella Martini e Giovanni Roffo, secondo cui il processo si fonderebbe su “meri sospetti” e su un quadro probatorio contraddittorio.

Oggi il verdetto. Per la famiglia Cella e per l’opinione pubblica, una sentenza attesa da quasi trent’anni che potrebbe finalmente dare una risposta giudiziaria a un delitto rimasto troppo a lungo senza colpevoli.

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