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Farmaci, lo scontro dei prezzi si sposta in Europa: nel 2026 atteso un confronto duro tra Big Pharma e governi

Le grandi case farmaceutiche si preparano a un confronto complesso con i governi europei nel 2026, con l’obiettivo di ottenere prezzi più elevati per i farmaci da prescrizione. Una strategia che nasce oltreoceano, dopo le concessioni fatte negli Stati Uniti sotto la spinta dell’amministrazione Trump, e che ora rischia di avere ricadute dirette sui sistemi sanitari europei e sull’accesso dei pazienti alle cure innovative.

Nel 2025, quattordici colossi del settore hanno infatti raggiunto un accordo con Washington accettando tagli significativi ai prezzi di alcuni medicinali venduti a Medicaid — il programma sanitario per gli americani a basso reddito — e ai pazienti paganti. Le aziende si sono inoltre impegnate ad allineare i prezzi di lancio dei nuovi farmaci a quelli praticati negli altri Paesi sviluppati. In cambio, hanno ottenuto un’esenzione dai dazi doganali per tre anni.

Ora l’attenzione si sposta sull’Europa. Qui i prezzi dei farmaci sono mediamente inferiori di circa un terzo rispetto a quelli statunitensi, grazie alla negoziazione diretta con i sistemi sanitari nazionali. Secondo dirigenti e investitori del settore, le aziende cercheranno di compensare le minori entrate americane chiedendo condizioni economiche più favorevoli nei mercati europei. Una pressione che, avvertono alcuni osservatori, potrebbe tradursi anche in ritardi nel lancio di nuovi trattamenti nei Paesi dell’Unione, con un potenziale impatto negativo sull’accesso alle terapie per i pazienti.

Nonostante il recente accordo commerciale tra Stati Uniti e Regno Unito — che prevede un aumento del 25% del prezzo netto dei nuovi farmaci americani in cambio della rimozione di alcuni dazi — lo scetticismo resta diffuso. Molti analisti ritengono che servirà tempo prima che la pressione esercitata dall’industria si traduca in un reale aumento dei prezzi dei farmaci in Europa. Tuttavia, anche solo la minaccia di ritardi o di un minor numero di lanci potrebbe rafforzare il potere negoziale delle aziende nei confronti dei governi.

C’è poi un altro elemento che alimenta il dibattito: secondo numerosi attori del settore, le concessioni promesse negli Stati Uniti sono rimaste in larga parte sulla carta. «Nonostante anni di pressioni politiche, i prezzi di lancio dei farmaci non stanno scendendo», ha dichiarato a Reuters Linden Thomson, portfolio manager di Candriam, società europea di gestione patrimoniale con una forte specializzazione nel settore sanitario. Un esempio emblematico è Inlexzo, nuovo farmaco di Johnson & Johnson contro un tumore della vescica, lanciato a oltre 1,5 milioni di dollari per ciclo di trattamento, ben al di sopra delle attese degli analisti.

Per l’industria farmaceutica globale l’Europa rimane un mercato strategico, sia per dimensioni sia per stabilità. Ma l’assenza di riforme sui meccanismi di rimborso e sulle tempistiche di accesso potrebbe rendere il continente meno attrattivo per i nuovi farmaci. Il rischio, sempre più concreto, è che la partita dei prezzi finisca per riflettersi direttamente sulla disponibilità delle cure, aprendo una nuova fase di tensione tra Big Pharma e governi europei.

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