Riceviamo e pubblichiamo
NAPOLI – Non è soltanto la vittoria di un lavoratore. È una Sentenza storica destinata a fare
giurisprudenza nella lotta contro il mobbing, gli abusi di potere e le ritorsioni sul luogo di lavoro.
Dopo anni di pressioni psicologiche, umiliazioni, un demansionamento, un trasferimento punitivo e
una lunga battaglia giudiziaria, Umberto Oronte difeso dall’Avvocato Massimo Marrone, ottiene
verità e giustizia davanti al Tribunale del Lavoro di Napoli.
Con la Sentenza n. 7752/2025, pubblicata il 12 gennaio 2026, il Giudice del Lavoro dott.
Giuseppe Gambardella ha riconosciuto la responsabilità di AP Commerciale S.r.l. per il danno
derivante dal mobbing subito dal dipendente, condannando la società al risarcimento per i postumi
di natura permanente, delle spese mediche e delle spese processuali.
Ma c’è un elemento che rende questa pronuncia ancora più significativa.
La Sentenza è definitiva.
Il certificato rilasciato dalla Corte d’Appello di Napoli attesta infatti che AP Commerciale non ha
proposto appello, lasciando definitivamente consolidato l’accertamento del Tribunale.
È la conclusione di una battaglia giudiziaria iniziata nel 2022 ma nata molti anni prima, quando un
dipendente scelse di non rinunciare alla propria coscienza personale e professionale.
Il Responsabile dell’Ufficio Risorse Umane che scelse il rispetto delle regole
Per quasi un decennio Umberto Oronte ha rappresentato per migliaia di dipendenti uno dei
principali punti di riferimento dell’Ufficio Risorse Umane di AP Commerciale. La Sentenza
ricostruisce il ruolo svolto nella gestione delle attività amministrative legate al personale. Un lavoro
svolto con autonomia, responsabilità gestionale e rigore professionale.
Proprio quella correttezza professionale avrebbe rappresentato l’origine del successivo conflitto.
Il ruolo centrale di Emilio Luongo nel piano persecutorio
Nella ricostruzione operata dal Tribunale assume un ruolo centrale la figura e il comportamento
dell’allora Direttore delle Risorse Umane Emilio Luongo.
Un “comportamento continuativo e vessatorio” riconosciuto con le condotte messe in atto, tutte
finalizzate ad isolare il lavoratore, comprometterne la reputazione professionale e provocarne le
dimissioni.
Quando, nell’esercizio delle proprie funzioni di controllo, rilevò anomalie nelle presenze e nei
rimborsi spesa di alcuni dipendenti della Sede Amministrativa, Oronte non voltò lo sguardo dall’altra
parte. Scelse di fare semplicemente il suo dovere. Denunciare le frodi scoperte.
Ma dopo la denuncia fatta a Luongo, lo stesso chiese ad Oronte di eseguire comportamenti illeciti e
di non continuare a svolgere più il proprio lavoro nel rispetto delle regole, ma fare finta di nulla.
Le Minacce subite per le conciliazioni rifiutate
Tra gli episodi ricostruiti dal Tribunale assumono particolare rilievo le “pressioni” fatte da Luongo di
sottoscrivere verbali di conciliazione.
A marzo 2019, ad Oronte venne chiesto di firmare una conciliazione «per togliere da mezzo tutto
il nero fatto negli anni» in cambio di 100,00€.
A settembre 2019, in occasione del cambio del contratto collettivo applicato dall’azienda, all’interno
dell’ufficio risorse umane in presenza di testimoni, Luongo minacciò Oronte a firmare una nuova
conciliazione in cambio di 50,00€.
In entrambi i casi Oronte rifiutò.
La Sentenza richiama tali episodi e valorizza anche la documentazione e le registrazioni audio
prodotte nel processo, ritenendo provate le pressioni esercitate affinché quei verbali venissero
sottoscritti.
Il Clima di Paura nell’Ufficio Risorse Umane
Uno degli episodi più significativi emerge dalla deposizione del testimone Andrea Formisano.
Nel dicembre 2019, dopo avere assistito al primo allontanamento di Oronte dall’ufficio, Formisano
riferisce che Emilio Luongo gli rivolse una minaccia dicendogli:
« Non prendere esempio da Umberto… altrimenti ti rompo tutti i denti »
Una testimonianza che il Giudice richiama tra gli elementi che hanno contribuito alla ricostruzione
del clima persecutorio nei confronti di Oronte.
Dall’Ufficio Risorse Umane agli Scaffali del Supermercato di Pontecagnano
Il Tribunale ha ritenuto accertato anche il radicale demansionamento.
Da Responsabile dell’Ufficio Risorse Umane, Oronte venne trasferito a giugno 2020 presso il
supermercato di Pontecagnano, con una lettera di trasferimento dove all’interno veniva dichiarato
tra l’altro “… le motivazioni di tale trasferimento risiedono nella necessità contingente di avere nel
sito di destinazione un profilo professionale qualificato, che solo Lei possiede, in virtù delle
specifiche competenze professionali che ha maturato nel corso degli anni e che abbiamo potuto
apprezzare. In particolare, avrà la possibilità di un’ulteriore crescita professionale, mediante il
Suo coinvolgimento nell’implementazione e coordinamento di un progetto aziendale strategico
ed innovativo, ovvero quello della spesa a domicilio… tale trasferimento non comporterà alcuna
modifica relativa alla Sua qualifica e livello in ossequio delle disposizioni normative applicate…”.
Invece da subito fu occupato come semplice operaio nella preparazione delle spese online, nello
stoccaggio delle merci, nella movimentazione dei bancali, nel riempimento degli scaffali e in altre
attività manuali completamente estranee alla sua professionalità amministrativa maturata negli anni.
Secondo il Giudice, il trasferimento punitivo e il contestuale svuotamento delle mansioni
rappresentano elementi centrali del quadro vessatorio complessivamente accertato.
Il Prezzo Pagato per Difendere Dignità e Reputazione
Il Tribunale ha ritenuto dimostrato il nesso causale tra le condotte lavorative e il danno psicologico
subito da Umberto Oronte, valorizzando sia il percorso clinico svolto presso il Centro per la
Psicopatologia da Mobbing e Disadattamento Lavorativo dell’ASL Napoli 1 Centro, sia la
consulenza tecnica d’ufficio disposta nel processo con il supporto della perizia psicologica.
Ma il valore morale e storico della decisione supera il profilo economico.
Oronte avrebbe potuto scegliere il silenzio. Avrebbe potuto firmare le conciliazioni. Avrebbe potuto
voltarsi dall’altra parte e fare finta di nulla e continuare a lavorare serenamente.
Ha invece scelto di affrontare anni di isolamento, umiliazioni, problemi di salute e un lungo processo
pur di difendere la propria dignità, la propria reputazione e il rispetto della Legge.
Oronte: “La Dignità e la Reputazione non si Barattano”
Umberto Oronte conclude con le parole di Giovanni Falcone, che sente profondamente proprie:
«Che le cose siano così, non vuol dire che debbano andare così. Solo che, quando si tratta
di rimboccarsi le maniche e incominciare a cambiare, vi è un prezzo da pagare, ed è allora
che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare»
E aggiunge:
«Se questa Sentenza riuscirà a dare coraggio anche ad un solo lavoratore vittima di
mobbing, discriminazioni o soprusi, allora questa lunga battaglia avrà avuto un significato
che va oltre la mia persona. Nessuno dovrebbe avere paura di denunciare imbrogli e
malaffare nell’ambiente lavorativo. La paura protegge i soprusi, mentre il coraggio di agire
può cambiare le cose. La dignità, la reputazione e l’onestà di un lavoratore non possono
essere distrutte o calpestate da chi considera il potere, l’arroganza, l’immagine e il fatturato
più importante del rispetto della persona. La forza della legalità non deve mai arretrare»
Una Sentenza Storica che si rivolge a tutti i Lavoratori Italiani
La decisione richiama i più recenti orientamenti della Corte di Cassazione in materia di tutela della
salute nei luoghi di lavoro. È una decisione che riafferma un principio fondamentale: nessuna
organizzazione aziendale può utilizzare il trasferimento, il demansionamento o l’isolamento
professionale come strumenti di pressione nei confronti di chi svolge il proprio lavoro.
La vicenda rappresenta uno dei più significativi pronunciamenti emessi negli ultimi anni dal
Tribunale di Napoli in materia di tutela della salute psicologica nei luoghi di lavoro e richiama con
forza il principio sancito dall’articolo 2087 del Codice Civile: il datore di lavoro è tenuto a proteggere
la salute, la dignità e la personalità morale dei propri dipendenti.
La storia di Umberto Oronte, che dal 2020 ad oggi continua a difendere i propri diritti attraverso
diffide, denunce e l’azione giudiziaria, diventa il simbolo di una battaglia combattuta senza cedere
alle intimidazioni.
Una vicenda che ricorda come il coraggio individuale possa contribuire ad affermare diritti destinati
a tutelare l’intera collettività dei lavoratori.





