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Da Raoul Bova a Babbo Natale: quando ogni cosa può diventare un meme

Gli audio di Raoul Bova sono diventati un trend. Una frase che ormai suona come un format giornalistico: la malattia di Thiago Elar è diventata un trend. La terza guerra mondiale è diventata un trend. Persino il rapimento di Aldo Moro, sradicato dal suo contesto storico e trasformato in materiale da TikTok, è diventato un trend.

Sulla piattaforma cinese ci sono già centinaia di video costruiti attorno a un presunto messaggio vocale che l’attore avrebbe inviato alla modella milanese Martina Ceretti. Una ricostruzione diffusa da Fabrizio Corona. Come ogni buon meme, l’audio funziona perché è malleabile, si adatta a contesti ironici, drammatici o del tutto inventati. Anche il prete-influencer don Roberto Fiscer lo ha utilizzato nei suoi contenuti, come ha segnalato Selvaggia Lucarelli.

Il contenuto? Una voce sdolcinata, forse un po’ goffa, che probabilmente non era mai destinata all’orecchio pubblico. Ma poco importa. Il confine tra privato e pubblico, in rete, è ormai un fossile. Basta una caption d’effetto, una mimica facciale strategica, una luce ben scelta. E l’engagement è servito.

Il messaggio vocale è diventato un meme. Un contenuto virale, replicabile, parodiabile. Se Fabio Rovazzi facesse ancora tormentoni estivi, ci avrebbe già scritto sopra un ritornello. È successo molte volte prima. È successo a Silvia Bottini, attrice agli esordi, che ha visto il proprio volto usato in tutto il mondo per rappresentare i First World Problems dopo che una sua foto in lacrime è stata acquistata su un sito di stock images. È successo a Jacopo Lanza, immortalato con una bandiera di Rifondazione Comunista, diventato “il ragazzo comunista” di internet dopo che la sua immagine è finita su Wikipedia.

Accade, poi scompare. Poi riaccade. I meme tornano a ondate, come le mode, come i tormentoni. Finché il pubblico si stanca.

Alcuni cercano di capitalizzarne la viralità, partecipando a eventi, guadagnando qualche euro o minuto di notorietà. Altri spingono troppo, finendo in trappole digitali, persino in truffe. È il caso della Hawk Tuah Girl, diventata virale e subito coinvolta in promozioni di criptovalute poco trasparenti.

Ma la maggior parte delle volte i meme partono da materiale rubato a momenti imbarazzanti o privati. Un’espressione mal riuscita, un audio ingenuo, una frase detta in fiducia e finita nel tritacarne di internet. Fanno ridere, finché non tocca a noi.

È il rischio costante dell’era digitale: diventare virali non per merito, ma per errore. E finché i like fioccano, nessuno si chiede chi ci sia davvero dietro quel frame o quella voce. Nessuno si chiede cosa voglia dire vedere un momento della propria vita trasformato in uno scherzo collettivo.

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