Non sono turisti qualunque quelli che, da alcune settimane, soggiornano nel lussuoso Mangia’s Resort Curio Collection by Hilton di Santa Teresa di Gallura, in località Santa Reparata. Sarebbero circa un centinaio i giovani israeliani, di età compresa tra i 20 e i 30 anni, arrivati in Sardegna a fine agosto, in quello che alcuni definiscono un momento di “decompressione” dal conflitto in Medio Oriente.
Ma chi sono davvero? Si tratterebbe di militari dell’IDF, l’esercito israeliano, in pausa dal fronte di Gaza. Secondo la Digos, invece, ufficialmente sarebbero dipendenti di Cellcom Israel, una delle principali compagnie di telecomunicazioni del paese. La stessa azienda avrebbe pubblicato sui social alcune immagini di un tour aziendale in Sardegna, con tappe tra le cantine Surrau, le isole della Maddalena e il celebre Phi Beach Club.
Quale che sia la loro reale identità, la presenza così numerosa di cittadini israeliani in una singola struttura ricettiva non è passata inosservata. A suscitare preoccupazione – e proteste – è soprattutto il contesto geopolitico in cui si inserisce questa vacanza. Il 31 agosto, all’aeroporto di Olbia, alcuni attivisti li hanno accolti al grido di «Killers not welcome», denunciando quella che definiscono “turismo del genocidio”, in riferimento alle operazioni militari israeliane nella Striscia di Gaza.
Da quel momento, l’attenzione della Digos si è fatta più stringente. Il resort è costantemente presidiato dalle forze dell’ordine. “Proteggono loro, ma anche noi”, avrebbe dichiarato un dipendente dell’hotel. Sempre secondo fonti interne alla struttura, i comportamenti di alcuni ospiti sarebbero diventati problematici, soprattutto nelle ore notturne: «Alcuni, dopo aver bevuto, diventano molesti. Urlano, insultano, si mostrano arroganti, con segni evidenti di stress. Non sembrano turisti normali: si muovono in gruppo, si coprono le spalle come una squadra addestrata».
Uno degli uomini presenti nella struttura ha ammesso apertamente ai cronisti di essere un militare. Dice di chiamarsi Reuven e non esita a giustificare la loro presenza: «Voi in Europa parlate di genocidio, ma non capite cosa è stato per noi il 7 ottobre», riferendosi all’attacco di Hamas che ha dato il via all’attuale conflitto.
Nessuno di loro indossa simboli religiosi o divise militari. Parlano inglese, non ebraico, in pubblico. Ma il clima resta carico di tensione. Nelle chat interne tra i dipendenti della struttura, secondo alcune indiscrezioni, sarebbe stato dato l’ordine di negare ai giornalisti la presenza di militari tra gli ospiti.
Non è solo la Sardegna a ospitare questi “ospiti sensibili”. Situazioni analoghe si sarebbero verificate anche nelle Marche, in particolare a Porto San Giorgio, sia nel 2024 che nel 2025. Anche lì, gruppi di giovani israeliani avrebbero soggiornato in resort o appartamenti privati, sotto discreta sorveglianza. Secondo fonti del Messaggero, gli albergatori sarebbero informati con nomi fittizi e solo all’ultimo momento riceverebbero i dati reali per la registrazione.
Il Ministero dell’Interno, interpellato più volte sul tema, non ha fornito commenti ufficiali. Ma negli ambienti della sicurezza si parla di “target da monitorare”, in quanto potenziali obiettivi di atti ostili o di vendette politiche, in un contesto europeo sempre più attraversato da tensioni legate al conflitto israelo-palestinese.
A far discutere è l’ambiguità del ruolo di questi ospiti: turisti di fatto, ma protetti come obiettivi sensibili. Ufficialmente impiegati in ambito civile, ma con evidenti legami (passati o presenti) con l’esercito israeliano. Una zona grigia che preoccupa cittadini, albergatori e attivisti.
La domanda che resta senza risposta è: l’Italia può davvero permettersi di accogliere, senza un dibattito pubblico chiaro e trasparente, soggetti potenzialmente coinvolti in scenari di guerra, esponendo le proprie località turistiche – e i loro abitanti – a nuovi rischi?
Fonte foto – Il Fatto Quotidiano





