Di fronte al dolore, i social dovrebbero fermarsi. Invece spesso filmano. È quanto accaduto recentemente ad Afragola, dove un video pubblicato su TikTok — poi rimosso dopo un’ondata di indignazione — ha riacceso il dibattito sulla spettacolarizzazione del lutto e sull’etica della visibilità digitale.
Nel video, si vede la madre di Martina Carbonaro, la quattordicenne uccisa dall’ex fidanzato lo scorso 24 maggio, accanto a un venditore di panini, noto tiktoker, che presenta una nuova specialità “dedicata” proprio alla ragazza. La donna, in evidente stato di confusione emotiva, indossa una maglietta con il volto della figlia e partecipa passivamente alla scena. In sottofondo, risate e toni leggeri contrastano con la gravità del momento. A denunciare l’accaduto è stato l’avvocato della famiglia, Sergio Pisani, che ha dichiarato:
“La madre non era lucida. Si è ritrovata coinvolta in un’iniziativa priva di rispetto. Quel video è stato una grave strumentalizzazione del dolore.”
Il contenuto è stato immediatamente travolto da critiche sui social: utenti e attivisti hanno accusato i responsabili del video di cercare visibilità sfruttando una tragedia ancora viva nella coscienza collettiva. Alcuni hanno anche espresso preoccupazione per lo stato emotivo della madre, apparsa fragile e probabilmente non pienamente consapevole del contesto. L’episodio pone al centro una questione ormai non più rinviabile: dove finisce la memoria e dove comincia la morbosità? E fino a che punto è lecito rendere pubblico ciò che nasce dal dolore privato? In un contesto come quello di TikTok — dove i contenuti sono rapidi, virali e spesso decontestualizzati — anche la memoria può diventare intrattenimento, a scapito del rispetto e della dignità.
Il caso Carbonaro non è isolato, ma emblematico. Segna un punto critico nel rapporto tra realtà e rappresentazione online. Mostra come, nella corsa a emozionare e generare visualizzazioni, si possa perdere di vista ciò che dovrebbe restare sacro: il dolore umano, la memoria, la dignità. Non tutto ciò che può essere filmato deve essere condiviso. E non tutto ciò che commuove merita un hashtag.





