Avevano paura di lui. Non solo alcuni frequentatori del boschetto di Rogoredo, ma anche diversi colleghi del commissariato Mecenate. È uno dei passaggi più significativi contenuti nella richiesta di fermo nei confronti di Carmelo Cinturrino, l’assistente capo della Polizia di Stato accusato dell’omicidio volontario di Abderrahim Mansouri.
Il provvedimento è firmato dal procuratore capo di Milano, Marcello Viola, e dal pubblico ministero Giovanni Tarzia. Per la Procura, oltre al pericolo di fuga, sussistono in modo “concreto e attuale” sia il rischio di inquinamento probatorio sia quello di reiterazione del reato, “alla luce della circostanza che il fermato ha dimostrato elevatissima capacità criminale”.
Tre dei poliziotti indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso hanno riferito agli inquirenti di temere il collega. Secondo quanto riportato negli atti, l’assistente capo si sarebbe “già attivato più volte per raccomandare che la versione della ‘legittima difesa’ venisse sostenuta senza esitazioni”. I tre agenti avrebbero manifestato il “timore” che Cinturrino “possa aggredirli e far loro del male”, descrivendo un clima di forte tensione interna.
Particolarmente significativo il racconto del poliziotto più vicino alla scena del delitto. L’agente ha riferito di aver avuto “timore di essere colpito alle spalle” mentre correva verso l’uscita del bosco, eseguendo l’ordine – impartito proprio dall’indagato – di rientrare al commissariato. Nella sua testimonianza, l’assistente capo viene descritto come “una persona pericolosa, che incute timore, è rude”.
Paura che, secondo gli atti, non sarebbe stata limitata all’ambiente lavorativo. Anche alcuni frequentatori del boschetto di Rogoredo, area già al centro di interventi delle forze dell’ordine, avrebbero mostrato timore nei confronti del poliziotto. Un elemento che, per gli inquirenti, contribuirebbe a delineare un profilo caratterizzato da modalità operative aggressive e da una forte capacità di intimidazione.
Nel motivare il fermo, la Procura sottolinea come il quadro indiziario, unito alle condotte successive al fatto, renda attuale il rischio di condizionamento delle testimonianze e di alterazione delle prove. Il riferimento all’“elevatissima capacità criminale” attribuita al fermato rappresenta uno dei passaggi più duri dell’atto firmato dai magistrati milanesi. L’inchiesta prosegue per chiarire ogni aspetto della vicenda e accertare le responsabilità individuali.






