Svolta nelle indagini sul grave atto intimidatorio ai danni del giornalista e conduttore di Report, Sigfrido Ranucci. Nelle prime ore del mattino, i Carabinieri del Comando provinciale di Roma, supportati dai militari di Napoli e Avellino, hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip del Tribunale di Roma, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia della Capitale. Il provvedimento ha disposto il carcere per tre persone e gli arresti domiciliari per una quarta.
Gli inquirenti contestano ai quattro indagati, a vario titolo, i reati di detenzione, porto in luogo pubblico e utilizzo di ordigno esplosivo, oltre a minaccia e danneggiamento. I capi d’accusa sono pesantemente aggravati dal fatto che l’azione sia stata compiuta da un gruppo di oltre cinque persone e, soprattutto, con modalità riconducibili al metodo mafioso.
L’impianto accusatorio della DDA delinea uno scenario inquietante, fondato sull’ipotesi di un mandato esterno. Secondo gli investigatori, il commando non avrebbe agito di propria iniziativa, bensì su incarico di soggetti terzi non ancora identificati. Per compiere l’attentato dinamitardo, gli esecutori avrebbero ricevuto un preciso compenso economico, operando nel quadro di un vero e proprio “favore” criminale. I presunti mandanti occulti avrebbero inoltre garantito un solido supporto logistico e finanziario, mettendo a disposizione dei complici risorse economiche, schede telefoniche dedicate, copertura per l’assistenza legale e persino un piano di fuga già predisposto per l’estero.
A dimostrazione della complessità dell’organizzazione, gli investigatori contestano agli indagati anche sistematici tentativi di depistaggio volti a ostacolare le indagini. Il gruppo avrebbe infatti avviato accurate attività di bonifica per individuare eventuali microspie o dispositivi di intercettazione delle forze dell’ordine, provvedendo parallelamente alla distruzione delle schede Sim utilizzate e concordando precise versioni difensive. Strategie mirate non solo a nascondere il coinvolgimento diretto degli esecutori materiali, ma soprattutto a proteggere l’identità dei mandanti, sui quali si concentra ora il massimo sforzo degli inquirenti.





