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Emergenza idrica in Campania: Avellino capitale della dispersione

In un Paese che si interroga costantemente sul valore strategico delle proprie risorse naturali, i dati che emergono dalle province di Avellino e Benevento suonano come un inequivocabile campanello d’allarme. Le due città campane si attestano oggi come le realtà con i più elevati tassi di dispersione idrica in Italia, segnando un primato negativo che non può più essere ignorato: più di un litro d’acqua su due viene letteralmente perso nelle condotte prima di raggiungere i rubinetti dei cittadini.

Mentre si moltiplicano gli appelli al risparmio idrico rivolti alle famiglie, alle imprese e al comparto agricolo, il sistema infrastrutturale continua a essere un colabrodo. Milioni di metri cubi di “oro blu” – una risorsa sempre più scarsa e preziosa a causa dei cambiamenti climatici – vengono dispersi quotidianamente a causa di reti caratterizzate da obsolescenza, cattiva manutenzione e investimenti strutturali che, nel corso dei decenni, sono risultati insufficienti o mal direzionati. La domanda che sorge spontanea tra i cittadini irpini e sanniti è tanto semplice quanto amara: come si può chiedere sacrificio all’utenza, quando è la rete stessa a sprecare più di quanto consumato? Il paradosso è evidente: il cittadino è chiamato a una gestione oculata, ma il gestore non è in grado di garantire l’integrità del bene primario lungo il tragitto.

La responsabilità di questa dispersione massiccia non è da ricercare nella scarsità della risorsa idrica in sé, ma nella cronica fragilità delle infrastrutture. Le reti di distribuzione, in molte aree interne della Campania, risentono dell’obsolescenza dei materiali, con condotte posate decenni fa ormai giunte a fine vita tecnica, dell’assenza di monitoraggio intelligente per localizzare tempestivamente le perdite e dei ritardi cronici negli investimenti, con una pianificazione che ha inseguito l’emergenza anziché prevenirla.

La situazione di Avellino e Benevento è lo specchio di un’Italia a due velocità, dove le aree interne pagano il prezzo più alto di una gestione frammentata e di una scarsa programmazione. Non si tratta solo di una questione tecnica o ingegneristica, ma di un imperativo etico e civile. La transizione verso un modello di gestione idrica efficiente richiede investimenti massicci e mirati, lo sfruttamento dei fondi del PNRR e delle risorse regionali per la sostituzione delle condotte, la digitalizzazione delle reti con sistemi di telecontrollo avanzati e una maggiore trasparenza nell’impiego dei proventi delle tariffe idriche. Il tempo delle promesse è scaduto: la tutela del diritto all’acqua passa inevitabilmente per la capacità della classe dirigente di fermare il rubinetto di questo assurdo spreco. Non possiamo permetterci di disperdere il futuro, una goccia alla volta.

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