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Aglianico del Taburno a Vinestate 2026: il futuro della denominazione tra tutela, identità e innovazione

Dalla vigna al bicchiere, produttori, enologi e istituzioni riuniti a Torrecuso per discutere identità, mercato e nuove prospettive. Al centro del dibattito qualità, rosati, spumantizzazione, enoturismo e la necessità di fare sistema.

L’Aglianico del Taburno cambia, evolve e guarda al futuro senza dimenticare le proprie radici. È stato questo il filo conduttore del convegno “Aglianico del Taburno: l’evoluzione di un’identità. Profili produttivi e sensoriali di una denominazione in trasformazione”, inserito nel programma di Vinestate 2026 e promosso dall’Associazione Aglianico del Taburno, ONAV Campania e Benevento, Sannio Consorzio Tutela Vini, Comitato Vinestate e Assoenologi Campania. Un confronto ampio e partecipato che ha riunito rappresentanti delle istituzioni, produttori, enologi ed esperti della degustazione per riflettere sul percorso compiuto dalla denominazione e sulle sfide che l’attendono. Al centro del dibattito, una domanda fondamentale: come può l’Aglianico del Taburno continuare a evolversi, interpretando i cambiamenti climatici, produttivi e di mercato, senza perdere quella riconoscibilità che rappresenta il cuore della sua identità?Prima dell’avvio dei lavori è stato ricordato Antonio Falluto, delle cantine “Cav. Mennato Falluto”, scomparso alcuni giorni fa e figura di riferimento della viticoltura torrecusana, padre di Mino Falluto, presidente dell’Associazione Aglianico del Taburno.

Ad introdurre e moderare il convegno è stato Simone Feoli, delegato ONAV Benevento e coordinatore ONAV Campania, che ha sottolineato la necessità di interpretare il cambiamento senza smarrire il legame con la storia e il territorio. «Parlare di evoluzione non significa mettere in discussione l’identità dell’Aglianico del Taburno, ma comprenderne meglio la natura e accompagnarne il percorso. Una denominazione vitivinicola è un patrimonio vivo, che deve saper interpretare i cambiamenti mantenendo saldi i propri caratteri distintivi. Il confronto tra produttori, enologi, istituzioni e mondo della degustazione è fondamentale per costruire una visione condivisa del futuro». A portare i saluti istituzionali è stato il sindaco di Torrecuso, Angelino Iannella, che ha ribadito il valore del vino come elemento centrale dell’identità territoriale. «Vinestate ha ormai raggiunto un livello altissimo, viaggia da sola. L’Aglianico del Taburno rappresenta molto più di una produzione vitivinicola: è una parte della nostra storia, della nostra economia e della nostra identità territoriale. Torrecuso ha costruito attorno al vino una parte importante della propria immagine e della propria capacità di accoglienza». Per il primo cittadino, occasioni come il convegno rappresentano momenti fondamentali per mettere insieme competenze diverse e costruire una strategia comune. «Bisogna fare squadra – ha aggiunto – e in questo percorso l’enologo assume una funzione sempre più importante». Proprio sul contributo della competenza enologica si è soffermato Roberto Di Meo, presidente di Assoenologi Campania. «L’enologo ha oggi una responsabilità importante: contribuire all’espressione più autentica del vitigno e del territorio, mettendo la tecnica al servizio dell’identità. La crescita di una denominazione passa anche dalla capacità di confrontarsi, sperimentare e migliorare, senza inseguire modelli estranei alla propria storia». L’obiettivo, secondo Di Meo, deve essere quello di rendere l’Aglianico del Taburno sempre più riconoscibile e autorevole, valorizzandone le peculiarità. «Assoenologi è stata sempre al fianco delle cantine, stimolando i produttori a fare sempre meglio. Si è lavorato molto bene anche sui vini rosati di Aglianico, che rappresentano oggi una delle prospettive più interessanti della denominazione». Dal passato è partito invece Angelo Pizzi, affrontando il tema “La vigna: da dove siamo partiti” e ripercorrendo l’evoluzione della viticoltura e delle conoscenze legate alla coltivazione dell’Aglianico nel territorio del Taburno. “Per capire dove vogliamo andare dobbiamo ricordare da dove siamo partiti. La vigna è il primo luogo nel quale si costruisce l’identità di un vino. Nel tempo sono cambiate le conoscenze, le tecniche e il modo di interpretare il rapporto tra pianta, ambiente e produzione. Ma il valore di un territorio rimane il punto di partenza». Pizzi ha poi allargato la riflessione alle trasformazioni del mercato e ai cambiamenti nei consumi. «Negli anni sono cresciute le cantine e, dal 2020, qualcosa ha iniziato a cambiare. Sono cambiati i consumi. Le nuove generazioni bevono meno vino e spesso si degusta poco. Dobbiamo interrogarci su cosa faremo di tutto questo vino che resta in cantina». La risposta, secondo il relatore, non può essere una riduzione indiscriminata delle ambizioni produttive, ma la costruzione di una strategia territoriale condivisa. “Bisogna fare sistema. Io, ad oggi, non vedo una vera evoluzione delle sagre. C’è bisogno di un intervento tecnico dei sommelier nelle manifestazioni e anche negli agriturismi. A Vinestate questo già avviene, ma in molte altre sagre si beve e basta. Non si racconta il vino. Dobbiamo affezionare i consumatori ai nostri vini». Dalla vigna alla cantina, con Ernesto Buono, che ha analizzato il cambiamento delle pratiche produttive e delle tecnologie. «La cantina di oggi è profondamente diversa da quella di qualche decennio fa. Abbiamo strumenti, conoscenze e possibilità di controllo che consentono di lavorare con maggiore precisione. Questo, però, non deve tradursi in una standardizzazione del vino. La tecnologia è uno strumento: la vera sfida è utilizzarla per valorizzare ciò che l’Aglianico del Taburno ha già dentro di sé». Buono ha evidenziato anche la capacità dell’Aglianico di rispondere alle nuove condizioni climatiche. «L’Aglianico è uno dei vitigni che sta dando una grande risposta al cambiamento climatico. Qui sul Taburno ci troviamo ad altimetrie importanti, che ci hanno portato verso una coltivazione diversa rispetto al passato e a una trasformazione anche del lavoro nelle cantine». Da qui la necessità di avere idee chiare sulle produzioni future e sulle richieste del mercato. Tra le prospettive indicate, un ruolo sempre più importante potrebbe essere svolto dalla spumantizzazione dell’Aglianico e dalla crescita del rosato. «La trasformazione dell’Aglianico in un rosato DOCG di qualità e tutelato rappresenta una grande opportunità. Parliamo di un vino fresco ed elegante, con una leggerezza diversa rispetto all’Aglianico rosso, capace di avvicinare consumatori differenti. Anche la spumantizzazione è una scommessa sulla quale dobbiamo lavorare ancora di più». Senza dimenticare le potenzialità del vitigno sui mercati nazionali e internazionali e la tradizione del Novello di Aglianico, particolarmente apprezzato nel territorio di Torrecuso. Particolarmente significativo il passaggio dedicato al profilo sensoriale, affidato a Matteo Bernabei, che ha analizzato il modo in cui le caratteristiche organolettiche dell’Aglianico del Taburno si sono trasformate nel tempo. «Nel bicchiere possiamo leggere il risultato di un’evoluzione che parte dalla vigna e attraversa tutte le scelte produttive. Il profilo sensoriale dell’Aglianico del Taburno si è progressivamente arricchito di sfumature, equilibrio e capacità di esprimere il territorio». Ma l’evoluzione, secondo Bernabei, non può significare perdita di riconoscibilità. «La riconoscibilità resta il valore centrale. Evolvere significa anche riuscire a farsi riconoscere, oggi più di ieri, attraverso un’identità precisa. Non bisogna perdere una storia e una identità ben definita». Anche il mercato, ha osservato, sta cambiando. «La Falanghina resta la regina, ma anche l’Aglianico sta andando forte. Qui sul Taburno possono crescere grandi rosati, freschi e capaci di interpretare il territorio. Io credo nell’Aglianico. Dobbiamo unirci come territorio». A chiudere il confronto è stato Carmine Fusco, vicepresidente dell’Associazione Aglianico del Taburno, con uno sguardo rivolto alle prospettive future della denominazione. “Il futuro dell’Aglianico del Taburno passa dalla capacità di fare sistema. Abbiamo un patrimonio straordinario, ma dobbiamo continuare a lavorare sulla consapevolezza del suo valore, sulla qualità e sulla riconoscibilità. La sfida è costruire una denominazione sempre più forte, capace di raccontare il territorio e di confrontarsi con i mercati mantenendo una propria personalità». Fusco ha sottolineato la necessità di rafforzare il lavoro comune tra le aziende e di puntare con maggiore decisione sull’enoturismo. «Dobbiamo essere orgogliosi del nostro territorio e dei nostri vini. Come associazione ci stiamo riorganizzando e vogliamo credere nel futuro. A partire da febbraio organizzeremo incontri sul territorio, anche in formula business to business, con l’obiettivo di portare sempre più enoturisti nel Taburno». Un messaggio di unità e collaborazione tra le cantine, ma anche una riflessione sulle dinamiche commerciali e sulla valorizzazione economica del prodotto. «C’è confronto tra le aziende, unità e sinergia. Il confronto di oggi è per il futuro dell’Aglianico. I dati del rosato sono in crescita e non possiamo abbandonare i sacrifici compiuti dalle vecchie generazioni. Dobbiamo essere appetibili come territorio». Fusco ha poi acceso i riflettori anche sul tema delle ricariche applicate nella ristorazione. «Non è possibile trovare nei ristoranti una bottiglia che esce dalla cantina a 7 o 8 euro e viene proposta al cliente a 50 euro. Bisogna trovare un equilibrio e regolamentare meglio queste dinamiche, perché una valorizzazione eccessiva del prezzo rischia di allontanare il consumatore dal vino». Il convegno ha restituito una fotografia dinamica dell’Aglianico del Taburno: una denominazione profondamente legata alla storia vitivinicola del territorio, ma oggi attraversata da una fase di evoluzione che coinvolge la vigna, la cantina, le tecniche produttive, il profilo sensoriale e il rapporto con il mercato. Il messaggio emerso dal confronto è stato chiaro: il cambiamento non deve rappresentare una rottura con il passato, ma può diventare uno strumento per rafforzare l’identità e la riconoscibilità del vino. Vinestate si conferma così un luogo naturale di incontro e discussione, capace di mettere attorno allo stesso tavolo competenze diverse e di interrogarsi sulle prospettive future del comparto vitivinicolo del territorio. E proprio al termine del confronto, ogni relatore ha scelto un aggettivo, una parola o un’immagine per raccontare l’Aglianico del Taburno: eccellente, modernità, limpidezza aromatica, rosato, futuro, rosso, squadra vincente come il Sannio. Parole diverse per descrivere un’unica grande ambizione: dare all’Aglianico del Taburno il riconoscimento che merita. Perché, come è emerso con forza dal dibattito, l’Aglianico è il re dei vini e deve avere il giusto trono che merita. L’Aglianico del Taburno, dunque, guarda avanti. Con una consapevolezza sempre più forte: evolvere senza smettere di essere se stesso.

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