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Medvedev accusa l’Occidente, Putin propone un cessate il fuoco di tre giorni

Nel giorno numero 1.161 del conflitto in Ucraina, la guerra continua a trascinare con sé tensioni geopolitiche sempre più complesse. Dmitri Medvedev, attuale vice segretario del Consiglio di Sicurezza nazionale russo ed ex presidente, ha rilasciato nuove dichiarazioni che gettano ombre sulle relazioni tra Russia e Occidente nel periodo post-sovietico. Secondo Medvedev, Mosca ha commesso un errore “fidandosi” di Paesi occidentali come l’Italia, i cui rapporti con la Russia si sono deteriorati soprattutto a seguito dell’invasione del 2022.

Parole dure anche verso Svezia e Finlandia, le due nuove aderenti alla NATO, che Medvedev ha definito “bersagli” delle forze russe, evocando apertamente la possibilità di rappresaglie che includano anche una “componente nucleare”. Una dichiarazione che alza nuovamente la temperatura del confronto strategico tra Mosca e l’Alleanza Atlantica.

Sul fronte diplomatico, l’agenzia Bloomberg riferisce che il presidente russo Vladimir Putin ha proposto un nuovo cessate il fuoco, in occasione delle celebrazioni per la Giornata della Vittoria. La tregua dovrebbe entrare in vigore dalla mezzanotte dell’8 maggio (le 23 del 7 maggio in Italia) e durare fino alla mezzanotte dell’11 maggio (le 23 italiane del 10 maggio). Secondo il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, si tratterebbe di un “avvio di negoziati diretti con Kiev senza precondizioni”.

Ma non tutti leggono la mossa di Putin allo stesso modo. Keith Kellogg, rappresentante speciale di Donald Trump per l’Ucraina, ha bollato come “assurda” una tregua di appena tre giorni, affermando la necessità di un cessate il fuoco totale e più duraturo — “in mare, in aria, sulla terraferma, sulle infrastrutture” — per almeno 30 giorni.

Dall’altra parte del fronte, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ribadisce la linea dura: nessuna concessione territoriale alla Russia. Le quattro regioni ucraine che Mosca ambisce a controllare totalmente — Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia e Kherson — restano al centro delle ostilità. Putin, infatti, continua a insistere sul fatto che esse debbano essere interamente sotto l’amministrazione russa come condizione per un’eventuale fine del conflitto.

Mentre le diplomazie lavorano a ritmi alterni e tra visioni divergenti, il conflitto prosegue senza una chiara via d’uscita. Il fragile equilibrio tra minacce nucleari, cessate il fuoco temporanei e accuse reciproche continua a essere il terreno scivoloso su cui si muovono le sorti dell’Ucraina e della sicurezza europea.

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