Kiev – Al 1.164° giorno del conflitto in Ucraina, il fragile equilibrio diplomatico subisce una nuova scossa. Gli Stati Uniti non svolgeranno più il ruolo di mediatori nei negoziati di pace tra Kiev e Mosca. Lo riferisce il Telegraph, secondo cui la decisione di Washington è maturata dopo il rifiuto del presidente russo Vladimir Putin di firmare un accordo per il cessate il fuoco.
Il Dipartimento di Stato americano ha annunciato che ora saranno direttamente l’Ucraina e la Russia a dover mettere sul tavolo proposte “concrete” per porre fine al conflitto. L’invito è chiaro: i due paesi devono avviare un dialogo diretto, senza la mediazione di potenze terze, per trovare una soluzione duratura alla guerra più sanguinosa sul suolo europeo dal 1945.
La scelta americana segna una svolta significativa nella strategia internazionale: se da un lato si legge come un tentativo di spingere le parti alla responsabilità, dall’altro potrebbe anche indicare una certa frustrazione per l’impasse diplomatica degli ultimi mesi.
Nel frattempo, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha commentato con soddisfazione l’accordo sulle terre rare firmato con Washington. “È davvero equo, è il primo risultato dell’incontro in Vaticano. Attendiamo con ansia gli altri risultati di quel colloquio”, ha dichiarato Zelensky, facendo riferimento al recente vertice nella Santa Sede che ha visto una serie di contatti riservati tra rappresentanti ucraini, americani e della diplomazia pontificia.
Il patto sulle terre rare, risorse fondamentali per l’industria tecnologica e militare, rappresenta per Kiev un segnale tangibile di collaborazione strategica con gli Stati Uniti, anche al di là del fronte militare.
Tuttavia, il ritiro statunitense dalla mediazione apre nuovi interrogativi sul futuro del conflitto. Chi raccoglierà ora il difficile compito di guidare il processo di pace? L’Europa, la Cina, il Vaticano? E soprattutto, Mosca e Kiev sono davvero pronte a sedersi al tavolo, senza precondizioni e con volontà reale di compromesso?
Domande ancora aperte in un conflitto che continua a riscrivere gli equilibri geopolitici globali.





