C’è un nuovo modo di affrontare la maturità, e non passa né dai 60 minuti del colloquio orale né dalla strategia per affrontare l’analisi del testo. Passa invece dal silenzio. O meglio, da un discorso senza valutazione finale. È quello che hanno scelto di fare due studenti veneti, Gianmaria da Padova e Maddalena da Belluno. Entrambi si sono presentati davanti alla commissione, ma non per farsi interrogare: per farsi finalmente ascoltare.
Maddalena Bianchi, 19 anni, studentessa del liceo scientifico “Galilei” di Belluno, ha deciso di non sottostare a un meccanismo che sente distante, freddo, votocentrico. Non un gesto di ribellione fine a sé stesso, ma una presa di posizione lucida, quasi dolorosa, contro un sistema che – dice – “non ha mai provato a scoprire chi sono veramente”.
“Io non ho mai avuto grossi problemi – racconta –. Ma i professori non hanno mai avuto interesse a capire cosa stessi vivendo. Solo voti, medie, recuperi. Ma l’ascolto, l’empatia? Quella mai.”
Maddalena non chiede insegnanti “amici” o valutazioni senza criterio. Chiede solo di essere vista. Di essere considerata nella sua interezza, fatta di esercizi di fisica ma anche di pomeriggi passati a cercare motivazione. Di versioni di latino sbagliate, ma anche di un impegno che, dice lei, “non è mai stato riconosciuto”.
Come Gianmaria prima di lei, anche Maddalena ha scelto un momento simbolico: l’orale di maturità. Il culmine di un percorso, il momento in cui si dovrebbe mostrare chi si è diventati. Ma proprio lì, anziché accettare le regole del gioco, ha deciso di fare un gesto che potesse raccontare la sua verità.
“Mi ero preparata un discorso. L’ho letto davanti alla commissione. Avevo bisogno di spiegare che la scuola, così com’è, non funziona. O meglio: funziona nel trasmettere contenuti, ma non nel formare persone.”
Un gesto che ha richiesto coraggio, in un sistema che spesso punisce chi esce dal seminato. Ma anche un gesto che sta accendendo un dibattito reale. Quanti altri studenti si sentono così? Quanti altri vivono la scuola come una corsa a ostacoli, dove il traguardo è il voto e non la crescita?
Nel racconto di Maddalena c’è un’analisi tagliente della scuola italiana: preparata sul piano nozionistico, ma ancora sorda su quello umano. Una scuola che spesso lascia indietro chi non rientra perfettamente nei parametri, e che genera una pressione continua, un’ansia da prestazione che nemmeno i migliori riescono sempre a gestire.
Eppure Maddalena non è contro lo studio. Anzi, ha già sostenuto i test d’ingresso per astronomia. “Studiavo da sola, di pomeriggio. Al mattino non ce la facevo più”, racconta. Il problema non è la fatica, ma la solitudine in cui viene vissuta.
Il gesto di Maddalena – come quello di Gianmaria – non è solo un “no” alla scuola. È un “sì” a un’altra idea di educazione: una che non premi solo chi ce la fa a stare sempre al passo, ma che si fermi a chiedere: come stai?
Mentre il Ministero celebra l’ennesima sessione di esami con numeri e statistiche, dal Nord Est arriva un segnale silenzioso ma potente. Forse è il momento di ascoltarlo. Perché dietro ogni voto c’è una persona. E, a volte, dietro un rifiuto, c’è una richiesta più forte di mille tesine: guardatemi, non valutatemi soltanto.





