SALERNO – «Nessuno mi ha detto che avrebbero legato mia madre al letto. Nessuno ne ha mai parlato». Con voce ferma, ma segnata dall’amarezza, Margherita, cittadina salernitana, racconta quanto accaduto alla madre anziana, ricoverata nei giorni scorsi presso il reparto di Medicina d’Urgenza dell’Azienda Ospedaliera Universitaria “San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona” di Salerno.
Un episodio che ha già suscitato indignazione sui social, dove è stata diffusa una foto della donna legata al letto. Un’immagine che – a prescindere dalla legittimità clinica dell’intervento – riaccende i riflettori sulle criticità del sistema sanitario e sulla comunicazione medico-famiglia nei casi di pazienti fragili.
«Siamo stati trattati come bestie», dichiara Margherita, che non contesta tanto il gesto in sé quanto la totale mancanza di informazione e di consenso. «Mia madre è anziana, affetta da demenza senile. Può capitare che usi parole non consone o che sia agitata, ma non è colpa sua. È la malattia».
Secondo il racconto della figlia, l’anziana è rimasta quattro giorni in Pronto Soccorso prima di essere ricoverata per altri tre giorni. Un iter già di per sé complesso. «Il giorno prima era attaccata all’ossigeno, il giorno dopo è stata dimessa. Ma stava bene? Assolutamente no».
Poi il momento più drammatico: la contenzione. «Il medico mi chiama per chiedere l’autorizzazione a sedarla per la notte. Io chiedo di aspettare, sarei arrivata in ospedale alle 18.30 per valutare. Ma quando arrivo, trovo mia madre già legata al letto. Io non ho mai autorizzato nulla del genere. Nessuno me ne ha parlato».
Va precisato che la contenzione fisica, nei casi previsti dalla legge, è consentita esclusivamente a tutela del paziente o di terzi, ma solo dopo aver informato il paziente stesso o i suoi familiari, salvo casi di emergenza. E proprio questo punto è al centro della denuncia della signora Margherita: la mancanza totale di comunicazione preventiva.
Il giorno successivo, alla madre viene comunicata la dimissione, ma la donna non ha un mezzo a disposizione e chiede di trattenerla ancora. «Mi dicono che possono tenerla 24 ore in più. Quando torno, chiedo di parlare con un medico. Nessuno sa nulla. Poi spunta una dottoressa che mi parla di un’autorizzazione verbale alla contenzione. Ma io nego con forza. Non ne abbiamo mai discusso».
Nel suo lungo sfogo, Margherita denuncia anche altri gravi disservizi: «Mamma è rimasta a digiuno per tre giorni, mi hanno detto che non voleva mangiare. Ma con pazienza ci sono riuscita io. Alla dimissione mi consegnano farmaci per tre giorni in uno scatolo da dieci. E per prendere una sedia a rotelle mi chiedono di lasciare la carta d’identità, che sarebbe stata trattenuta. Mi sono rifiutata. Ho accompagnato mia madre sotto braccio con mio marito, ma abbiamo dovuto aspettare: gli ascensori erano fuori servizio».
Un racconto che si muove tra rabbia e riconoscenza. «Devo però ringraziare gli infermieri e gli OSS dei primi due giorni in reparto. Hanno assistito mamma con una dolcezza e una pazienza encomiabili. Non so cosa sia successo dopo».
La vicenda pone interrogativi seri: è stata rispettata la procedura prevista per la contenzione fisica? È stata davvero un’urgenza clinica tale da giustificare l’assenza di consenso informato? E soprattutto: perché nessuno ha ritenuto opportuno informare la famiglia di un gesto tanto delicato?
Ora la famiglia valuta azioni formali. E mentre l’episodio si diffonde sui social e provoca reazioni indignate, dal Ruggi – almeno per ora – non arrivano risposte ufficiali.
Nel frattempo, la signora Margherita chiede solo rispetto e dignità per i pazienti fragili: «Non voglio vendette. Voglio solo che episodi del genere non accadano mai più».





