Nel settembre 2023, a Palermo, è stato siglato un accordo di cooperazione giudiziaria tra Italia e Libia che, all’apparenza, sembrava un semplice atto tecnico volto a consentire ai detenuti di scontare la pena nel proprio Paese d’origine. Tuttavia, la complessità della realtà libica – segnata da divisioni interne, milizie armate e gravi violazioni dei diritti umani – ha fin da subito fatto intuire che la questione sarebbe stata ben più delicata.
Dopo mesi di attesa, il testo è stato ratificato dal Senato italiano in meno di mezz’ora, spinto da una forte volontà politica della premier Giorgia Meloni di chiudere rapidamente un dossier considerato strategico nelle relazioni con Tripoli. Ora manca solo il voto della Camera per l’entrata in vigore definitiva. Le opposizioni hanno criticato questa accelerazione, denunciando la mancanza di un dibattito pubblico approfondito e sottolineando le possibili ripercussioni in termini di giustizia e rispetto dei diritti fondamentali.
L’intesa consente a detenuti libici in Italia, o italiani in Libia, di chiedere il trasferimento nel proprio Paese per terminare la pena, a condizione che la condanna sia definitiva, che il reato sia riconosciuto da entrambe le giurisdizioni e che il detenuto dia il proprio consenso. Tuttavia, la possibilità di attivare procedure di rimpatrio forzato in caso di conclusione della pena apre scenari controversi, che rischiano di trasformare il trasferimento volontario in un automatismo.
Il punto più delicato è proprio il consenso del detenuto, che in un contesto come quello libico, dove le carceri sono teatro di torture, violenze e minacce, potrebbe non rappresentare una vera libertà di scelta, ma piuttosto una decisione imposta o estorta. Inoltre, una volta trasferito, l’Italia perde qualsiasi controllo sul destino dei detenuti, senza garanzie di monitoraggio o di rispetto delle condizioni minime di detenzione.
L’accordo potrebbe inoltre diventare uno strumento di pressione diplomatica, considerata la storia recente di come Tripoli abbia usato la questione migratoria per negoziare con l’Europa.
L’accordo nasce nel contesto di una richiesta formale avanzata nell’estate 2023 dal presidente della Camera libica Aguila Saleh, che chiedeva la restituzione di cinque scafisti condannati in Italia per la strage del ferragosto 2015, una tragedia migratoria che costò la vita a 49 persone. Da allora, l’intesa si è configurata più come uno strumento politico di mediazione che come una semplice cooperazione giudiziaria.
Un precedente significativo è rappresentato dal caso del generale Njeem Osama Almasri, accusato di torture in Libia e rimpatriato in tempi rapidi dall’Italia, suscitando forti polemiche e segnando un campanello d’allarme sulle dinamiche che governano i rapporti tra i due Paesi.
L’approvazione in Senato ha evidenziato una spaccatura netta: la maggioranza ha difeso l’accordo come una svolta positiva nelle relazioni bilaterali, mentre le opposizioni lo hanno giudicato inaccettabile, criticandolo per aver ignorato le condizioni disumane delle carceri libiche e per aver ridotto i detenuti a meri oggetti di scambio.
Nonostante la ratifica lampo, restano molte domande cruciali: è davvero possibile parlare di cooperazione giudiziaria con un Paese dove lo Stato di diritto è assente? Quanto può valere il consenso di un detenuto in un contesto di violenze sistematiche? L’Italia è pronta a gestire le conseguenze politiche e morali di questo accordo?





