Proseguono da settimane le proteste contro il carovita che hanno portato in piazza, in numerose città dell’Iran, centinaia di migliaia di persone. Una mobilitazione senza precedenti che, secondo le autorità, avrebbe origine dalle difficoltà economiche e dall’aumento dei prezzi dei beni essenziali, ma che nel tempo ha assunto anche una forte connotazione politica.
Da giorni, tuttavia, risulta estremamente difficile ricostruire quanto stia accadendo nel Paese. Il governo di Teheran ha infatti disposto la disconnessione quasi totale di Internet, impedendo le comunicazioni con l’esterno e limitando la circolazione di informazioni, immagini e testimonianze indipendenti.
Sul terreno, intanto, la repressione delle manifestazioni continua. Nella serata di martedì 13 gennaio, le autorità iraniane hanno ammesso ufficialmente la morte di oltre 2.500 persone dall’inizio delle proteste. Un bilancio che viene però contestato dalle opposizioni e dai media vicini ai dissidenti: secondo l’emittente Iran International, con sede all’estero, il numero delle vittime supererebbe le 12mila unità.
A preoccupare la comunità internazionale sono anche le notizie relative agli arresti di massa e alle esecuzioni di manifestanti fermati durante le proteste. Alla diffusione di informazioni sul presunto stop alle uccisioni e alle condanne capitali, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha commentato affermando che Washington “osserverà la situazione e verificherà” quanto sta accadendo.
Nonostante queste dichiarazioni, la tensione tra Teheran e Washington resta elevata. La Casa Bianca, che da giorni sostiene apertamente le rivendicazioni del popolo iraniano contro il regime degli ayatollah, ha inoltre ordinato l’evacuazione di una parte del personale militare statunitense dislocato in Qatar, in una mossa interpretata come misura precauzionale in vista di un possibile aggravarsi della crisi regionale.
Il blackout informativo imposto dal governo iraniano rende al momento impossibile una verifica indipendente dei dati sulle vittime e sugli sviluppi della repressione, mentre le proteste, secondo fonti non ufficiali, continuerebbero nonostante il dispiegamento massiccio delle forze di sicurezza.





