Le luci del Festival di Sanremo si sono riaccese, e il sipario del Teatro Ariston ha spalancato le sue porte alla 76ª edizione con quella solennità elettrica che solo la città dei fiori sa regalare. Martedì 24 febbraio 2026 non è stata soltanto la data d’inizio di una gara tra 30 Big, ma l’avvio di un racconto collettivo fatto di memoria, sorprese e inevitabili scosse emotive. A guidarlo, la regia esperta e rassicurante di Carlo Conti, affiancato per tutte e cinque le serate da Laura Pausini, la voce che ha trasformato “La Solitudine” in un inno generazionale e che qui ha scelto di misurarsi con un ruolo diverso, più narrativo, cucendo insieme ritmo e sentimento.
L’apertura è stata un colpo al cuore: la voce inconfondibile di Pippo Baudo ha risuonato in teatro con lo storico “Benvenuti al Teatro Ariston di Sanremo”, un frammento d’archivio che ha attraversato il silenzio come un ponte tra epoche, omaggio al conduttore scomparso lo scorso agosto. Un inizio che ha fatto vibrare la platea prima ancora della prima nota in gara, quasi a ricordare che Sanremo non è solo spettacolo, ma stratificazione di memoria televisiva e popolare.
Accanto ai padroni di casa, nel primo atto di questo lungo romanzo musicale, è apparso anche Can Yaman, presenza magnetica e divisiva, mentre il parterre degli ospiti ha miscelato generazioni e immaginari: Tiziano Ferro con la sua cifra emotiva inconfondibile, Olly fresco della vittoria dello scorso anno, e il fascino epico di Kabir Bedi, per tutti il leggendario Sandokan, icona che ha riportato in sala l’eco dell’avventura televisiva anni Settanta. Fuori dall’Ariston, la musica ha continuato a pulsare: al Suzuki Stage di Piazza Colombo è salita Gaia, mentre sulla nave da crociera ormeggiata al largo la festa ha preso la forma pop e nostalgica di Max Pezzali.
E poi, come ogni prima serata che si rispetti, non sono mancate le crepe nel cerimoniale. Durante l’omaggio agli 80 anni della Repubblica Italiana con Gianna Pratesi, sul maxi schermo è comparsa la scritta “Repupplica”: un refuso che in pochi secondi ha fatto il giro dei social, trasformandosi in meme e innescando l’ennesimo dibattito sull’attenzione – o la distrazione – del servizio pubblico nei momenti solenni. Un errore minuscolo nella forma, enorme nella risonanza, che ha dimostrato ancora una volta come il Festival viva ormai in un doppio binario: quello del teatro e quello, impietoso e velocissimo, della rete.
Ma al centro restano le canzoni. Trenta brani, trenta identità, trenta tentativi di lasciare un segno in una sola notte. Al termine delle esibizioni, la Sala Stampa ha espresso il primo verdetto, stilando una top five senza ordine di piazzamento che già fotografa umori e tendenze. Tra i nomi più votati spiccano Arisa, capace ancora una volta di piegare la voce a sfumature intime e teatrali; Fulminacci, con la sua scrittura generazionale sospesa tra ironia e malinconia; Ditonellapiaga, che porta sul palco un’estetica audace e contemporanea; la coppia formata da Fedez e Marco Masini, incontro inatteso tra mondi e sensibilità diverse; e Serena Brancale, anima soul che ha trasformato l’Ariston in un club elegante e vibrante.
È solo la prima fotografia, parziale e già incandescente, di un Festival che promette ovazioni e polemiche in egual misura, con Ditonellapiaga e Serena Brancale già proiettate nell’empireo dei favoriti e un pubblico pronto a ribaltare ogni pronostico. Sanremo 2026 è partito così: tra memoria e futuro, refusi diventati virali e note capaci di fermare il tempo, in quell’equilibrio fragile e potentissimo che da settantasei anni tiene l’Italia incollata allo stesso palco.





