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Spagna, dibattito aperto su una tassa per le aziende che sostituiscono lavoratori con AI e robot

La Spagna rilancia il dibattito europeo sulla tassazione dell’automazione: il governo ha aperto la discussione su una possibile tassa per le imprese che utilizzano intelligenza artificiale e robot per sostituire lavoratori, un tema che da anni divide economisti e governi sul confine tra innovazione e giustizia sociale.

La proposta arriva dalla ministra della Sanità, Mónica García, che ha parlato di imprese “tecnofeudali”, capaci di generare enormi profitti grazie alla tecnologia senza che i benefici si traducano in un miglioramento diffuso delle condizioni economiche e occupazionali. L’idea è stata presentata al Congresso durante una giornata dedicata al rapporto tra fiscalità e lavoro nell’era dell’intelligenza artificiale. Secondo García, l’automazione sta modificando profondamente il modello di redistribuzione della ricchezza e rischia di erodere la base imponibile legata al lavoro dipendente. “Vogliamo imporre tasse non ai robot, ma a una tecnologia che sta sostituendo un modello chiaro di redistribuzione della ricchezza e della forza lavoro”, ha dichiarato la ministra.

L’obiettivo della proposta non è colpire la tecnologia in sé, ma riequilibrare gli effetti economici della sua applicazione su larga scala, evitando che l’aumento di produttività si traduca esclusivamente in maggiori utili per le aziende. La Spagna si inserisce così in un confronto internazionale già avviato negli Stati Uniti, dove il senatore Bernie Sanders ha avanzato un’idea simile, ispirata alla cosiddetta “robot tax” proposta in passato anche da Bill Gates.

Nel Paese iberico, casse automatiche, algoritmi e sistemi di intelligenza artificiale stanno diventando sempre più centrali nei processi produttivi e nei servizi, dalla logistica al commercio, fino alla sanità e alla pubblica amministrazione. Per García, l’AI non deve rappresentare “la fine del lavoro”, ma uno strumento al servizio dei cittadini.

Il dibattito si inserisce anche nel quadro europeo dell’AI Act, il primo regolamento al mondo che disciplina l’intelligenza artificiale secondo un approccio basato sul rischio, imponendo obblighi stringenti per i sistemi ad alto rischio e garantendo trasparenza, sicurezza e tutela dei diritti fondamentali.

Allineata alla ministra García, la deputata di Más Madrid, Tesh Sidi, ha sottolineato come le grandi aziende tecnologiche investano miliardi in AI mentre licenziano lavoratori, creando profitti senza un ritorno proporzionato per la collettività. Rita Maestre, portavoce di Más Madrid al Comune di Madrid, ha denunciato un “cambio radicale” nel mondo del lavoro, con aumenti di produttività distribuiti in modo “tremendamente diseguale”. García ha anche criticato direttamente i magnati della tecnologia, citando Mark Zuckerberg: “Non possiamo permettere che una parte della ricchezza mondiale diventi anche potere democratico globale”.

In Italia il tema resta sullo sfondo, ma non assente. Economisti e forze politiche hanno discusso negli ultimi anni dell’ipotesi di una tassazione mirata sull’automazione o di un contributo aggiuntivo per le imprese digitalizzate, in linea con la web tax e la riforma della fiscalità internazionale sulle multinazionali digitali. Al momento, però, non esiste una proposta organica paragonabile a quella lanciata a Madrid.

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