Con un gesto destinato a lasciare un segno profondo nel panorama politico americano, il presidente Donald Trump ha firmato un memorandum che prevede il ripristino della pena di morte nella capitale federale. La misura, comunicata dal segretario dello staff della Casa Bianca, Will Scharf, incarica il Dipartimento di Giustizia di “applicare pienamente la pena capitale a Washington DC, laddove le prove e i fatti del caso indichino che debba essere utilizzata”.
Il provvedimento rappresenta un deciso cambio di rotta rispetto alla politica criminale adottata negli ultimi anni a Washington, dove la pena di morte era di fatto sospesa da tempo. Secondo fonti vicine all’amministrazione, la decisione è motivata dall’aumento di episodi di criminalità violenta nella capitale e dal desiderio di “ripristinare l’ordine e la deterrenza”, due pilastri retorici del secondo mandato trumpiano.
Ma le novità non si fermano al fronte giudiziario. In campo economico e commerciale, Trump ha annunciato una nuova raffica di dazi destinati a colpire duramente le importazioni, nel solco della sua politica protezionista e del motto “America First”. A partire dal 1° ottobre, entreranno in vigore tariffe doganali del 100% su tutti i prodotti farmaceutici di marca o brevettati, con un’unica eccezione: le aziende che avvieranno la produzione direttamente sul suolo americano.
Il messaggio è chiaro: chi vuole vendere farmaci negli Stati Uniti, deve fabbricarli negli Stati Uniti.
Sempre dal primo ottobre, verranno imposti dazi al 50% su mobili da cucina, da bagno e articoli correlati, oltre a un’imposta del 25% sulle importazioni di camion pesanti. Le misure, secondo quanto dichiarato dalla Casa Bianca, sono volte a “rilanciare la manifattura americana e contrastare la concorrenza sleale straniera”.
Le reazioni internazionali non si sono fatte attendere. Dal Brasile, uno dei principali esportatori sudamericani di arredi e componentistica per l’industria automobilistica, il ministro delle Finanze Fernando Haddad ha lanciato un avvertimento: “I dazi al 50% rischiano di mettere fuori mercato numerose imprese esportatrici brasiliane, che non possono sopravvivere senza accesso al mercato statunitense”.
L’annuncio ha già generato tensioni diplomatiche tra i due Paesi e preoccupa l’intero blocco latinoamericano, in un momento in cui molte economie della regione stanno cercando di uscire da una lunga fase di stagnazione post-pandemica.
Sul fronte tecnologico, Trump ha posto la parola fine alla lunga querelle su TikTok, firmando un ordine esecutivo che impone la chiusura definitiva del dossier sull’app cinese. Dopo mesi di negoziati e pressioni per forzare una vendita delle attività statunitensi della piattaforma a una società americana, l’amministrazione ha deciso di porre fine alle trattative, dichiarando TikTok una “minaccia strategica non negoziabile”.
Con queste mosse, il presidente Trump conferma la volontà di imprimere un’accelerazione radicale alla sua agenda in vista delle elezioni di midterm del 2026, puntando su sicurezza interna, protezionismo economico e controllo tecnologico.
Ma mentre la base elettorale repubblicana esulta, si moltiplicano le critiche da parte di esponenti democratici, attivisti per i diritti civili, associazioni industriali e governi esteri.





