Un passo avanti, ma non ancora decisivo. La nuova bozza di Dpcm attuativo della Legge sulla Montagna, discussa il 5 febbraio in Conferenza Unificata, migliora sensibilmente l’impianto iniziale proposto dal ministro leghista Roberto Calderoli. Tuttavia, lascia sul campo criticità che rischiano di incidere in modo pesante sugli equilibri territoriali, soprattutto in Campania.
Il dato numerico, almeno in apparenza, è rassicurante: i comuni campani classificati come montani salgono a 291, contro i 175 previsti dalla prima versione del decreto, riavvicinandosi ai 298 precedentemente riconosciuti. Ma dietro questa apparente marcia indietro si nasconde una realtà meno confortante. Con i nuovi criteri, infatti, 43 comuni campani escono comunque dalla classificazione montana. E la provincia più penalizzata è Salerno, che perde circa 20 comuni, compromettendo per quei territori l’accesso diretto ai fondi e agli strumenti di sviluppo destinati alle aree montane.
Il miglioramento della bozza, rivendica la Regione Campania, è frutto della pressione esercitata da diverse amministrazioni regionali, con Palazzo Santa Lucia in prima linea contro un’impostazione iniziale fondata quasi esclusivamente su criteri fisici – altitudine e pendenza – che rischiava di ridurre drasticamente il numero dei comuni montani e di depotenziare le politiche per le aree interne.
«È grazie alla determinazione delle Regioni dissenzienti che si è arrivati a un decreto meno limitante – spiega l’assessora regionale all’Agricoltura, Maria Carmela Serluca – ma le criticità restano profonde e non possono essere mascherate da un dato numerico».
Il nodo, per la Regione, non è tanto quanti comuni rientrino nella classificazione, quanto quali. Con i nuovi criteri risultano montani anche centri come Avellino, capoluogo di provincia e realtà che non presenta particolari deficit di accessibilità o marginalità socio-economica. Al contrario, comuni dell’entroterra beneventano e salernitano, segnati da isolamento infrastrutturale e fragilità demografica, perdono lo status e con esso l’accesso diretto a strumenti e risorse fondamentali.
Sulla stessa linea l’assessora regionale a Lavoro e Formazione, Angelica Saggese, originaria di Oliveto Citra, uno dei comuni interessati dalla norma: «È un passo avanti che non basta. Così si rischia di lasciare fuori proprio i territori più fragili».
La questione non è solo simbolica. La classificazione come comune montano incide sulla possibilità di accedere a fondi dedicati, agevolazioni fiscali, misure per il contrasto allo spopolamento e strumenti specifici per lo sviluppo delle aree interne. In un momento in cui lo Stato ridisegna il perimetro degli interventi, restare fuori significa perdere opportunità strategiche.
La provincia di Avellino, storicamente cuore montano della Campania, mantiene un’ampia platea di comuni riconosciuti – da Ariano Irpino a Lioni, da Nusco a Sant’Angelo dei Lombardi, fino a Montella e Calitri – ma l’equilibrio complessivo della regione cambia. A pagare il prezzo più alto è Salerno, con circa 20 comuni esclusi, in un territorio già segnato da profonde disuguaglianze interne.
La giunta guidata da Roberto Fico annuncia ora l’intenzione di intervenire, nei limiti delle proprie competenze, per tentare di reincludere i comuni estromessi o, in alternativa, garantire loro strumenti di sviluppo compensativi. Ma la partita resta aperta a livello nazionale, dove si deciderà la versione definitiva del decreto.
Il risultato, per ora, è un compromesso. Un miglioramento rispetto alla stretta iniziale, ma non ancora una risposta pienamente coerente con l’obiettivo dichiarato della Legge sulla Montagna: sostenere davvero i territori più fragili. Perché, al di là delle percentuali e delle classificazioni, la vera sfida resta quella di non lasciare indietro chi vive nelle aree interne. E su questo, il “bene” rischia di non essere ancora abbastanza.