Antonio Caliendo, 39 anni, padre del piccolo Domenico, parla per la prima volta della tragedia che ha colpito la sua famiglia. In un’intervista al Corriere, Antonio racconta i drammatici giorni che hanno preceduto la morte del figlio, avvenuta dopo un trapianto fallito all’ospedale Monaldi di Napoli.
Nei giorni immediatamente successivi alla tragedia, Antonio aveva lasciato la moglie parlare con i media, rispettando la sua scelta: “Preferisce che io stia fuori, per evitare che possa esplodere. Il gigante è lei. Senza di lei oggi sarei già morto. Non riesco più neppure a fare il muratore, il mio mestiere”.
Domenico soffriva di una forma di cardiomiopatia dilatativa. Il padre lo descrive come un bambino vivace e intelligente: “Speravo che lui avesse una vita serena, in salute, senza problemi e invece… Ci affidammo completamente ai medici del Monaldi. Attenzione, però: non sono tutti cattivi in quell’ospedale, c’è anche tanta gente brava, tanti dottori che sono venuti poi ad abbracciarci, anche le infermiere sono state sempre vicine a Domenico, non l’hanno mai abbandonato”.
Antonio Caliendo punta il dito contro alcune gravi mancanze nella gestione del trapianto: “Dopo Capodanno i medici sparirono tutti, nessuno ci venne a dire più niente, era finita ma noi ancora non lo sapevamo. Così, poi quando è venuto fuori tutto, ero molto nervoso e tre giorni prima che Domenico morisse ebbi un brutto litigio con le guardie giurate. Le stesse che poi mi sono venute ad abbracciare con sincerità sabato scorso, in ospedale, quando è morto”.
Un passaggio particolarmente drammatico riguarda il trasporto dell’organo: “Erano fuori di testa quelli che partirono da Napoli per andare a Bolzano a prendere il cuore con quel frigo da pic-nic”. Secondo il padre, l’uso improprio del frigo e la mancanza di comunicazione da parte dell’ospedale avrebbero contribuito alla tragedia.





